Forlani

18 giugno 2015 di

Tre anni fa, festa del libro a Roma, uno scrittore, Francesco Forlani, parla dell’autopubblicazione del libro Chiunque cerca chiunque. Alla fine della conferenza decide di regalare una copia di questo libro al pubblico lanciandolo alla folla. In questo preciso momento nacquero queste mie domande.

Caserta-Torino-Parigi. Lei si muove in parallelo tra queste 3 città, ma in che modo queste influenzano la sua scrittura?

Più che in parallelo direi a zig zag. Da giugno poi riprenderò ad abitare Parigi. Vestire l’unica città in cui la nudità non è un crimine né oltraggio al pudore. “Nudo come una mano” così Blaise Cendrars descrive Modigliani dopo un involontario tuffo nella Senna. La mano, ovvero quella che il poeta aveva perduto in guerra. La mano perché c’è scritto il destino di ognuno, e ci metti una vita a decifrare quelle linee, così simil à la carte du metrò, solo per capire se i buchi che hai sui palmi sono stimmate di santità o semplice segno di dissipazione di ogni forma di capitale. E comunque sia o si vive da geografi, e allora si tenta di cartografare la propria flânerie vagabondando da un’epoca all’altra della vita, o da storici e si trascorre il tempo a mettere in ordine i ricordi. Io mi sento di appartenere alla prima tribù che è di nullepart et de partout. Però Caserta, ovvero casertacaserta ce l’ho tatuata sul braccio dalla prima infanzia, napoletano di Caserta, per rubare l’espressione a Pasolini, dunque capirai quanto sia imprescindibile nelle mie narrazioni. Torino è per me città da convalescenza, una comoda retroguardia in cui curarsi le ferite prima di risentire dentro il fuoco che ti spinge sulle barricate. Come ora.

Un incontro tra il dialetto campano, il francese e la lingua latina, perché questa scelta per le poesie presenti nei suoi libri?
Il peso del Ciao (Arcolaio 2012) che raccoglie tutte le poesie scritte in questi anni ha una sezione, paysages, dedicata a questo tipo di esperimenti. Su youtube ci sono alcuni recitativi. Nell’introduzione alla sezione ho scritto “E tutta la vita sono stato alla ricerca di una lingua in grado di dire l’anima. E intanto quella lingua diceva ed io soltanto da quella mi lasciavo dire.” Alcuni esperimenti come quello del sarrà chi sa fatti in collaborazione con Canio Loguercio sono stati pubblicati nella splendida antologia di poesie in dialetto L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila a cura di Manuel Cohen, Valerio Cuccaroni, Rossella Renzi, Giuseppe Nava, Christian Sinicco, edito da Gwynplaine. Si tratta di una creolizzazione del linguaggio prevalentemente dettata dalla vita, non affatto un’operazione studiata a tavolino, sperimentale fredda di chiamata, ma proprio di parola vitale, perché la vita, se ti parla, quando ti parla non se ne sta ferma in un dizionario, elle bouge, smania. E sono stato molto contento del fatto che in Laterza quando è sbarcato il mio Parigi, senza passare dal via, le parti in ‘idioletto’ siano state accolte con entusiasmo.

L’autopubblicazione di Chiunque cerca chiunque: cosa ne pensa dei giovani scrittori che intraprendono questa strada per immettersi nel mondo dell’editoria?
Più che di self publishing io lo chiamerei surf publishing. Chi ha da dire delle cose non deve bloccarsi di fronte alle mille difficoltà che l’editoria vive e fa vivere. la rete è un eccellente giudice della qualità del proprio lavoro e quindi a un giovane autore direi di tenere fede al proprio progetto, alla scrittura, senza farsi seghe mentali con lo status di scrittore. Gli raccomanderei di non rispondere mai, voglio fare lo scrittore, ma di presentarsi dicendo, ho scritto questo, voglio scrivere questa storia, perché questa storia vale e sono il solo a poterla raccontare.

Lei è molto presente sui social (specialmente facebook) che usa come delle vere e proprie lettere per amici e lettori. Qual è il fil rouge che lega uno scrittore e i social network?
I social sono un mare aperto in cui gettare come naufraghi le proprie bottiglie. Due cose sono fondamentali: la prima è che siano ben chiuse per evitare che le parole vadano in pasto ai pescecani e l’altra è l’etichetta. Che siano belle è una questione di etica ancor più che di grafica.

Tenendo presente il processo allo scrittore Erri De Luca, come si “schiera” (come scrittore e come figura pubblica) su questi accadimenti?
Dalla parte di Erri senza sé con me. Sono stato alla prima udienza insieme al valoroso editore Raimondo Di Maio e Fabio Geda, e ho trovato le arringhe degli avvocati della parte offesa un’offesa alle più elementari norme del diritto. Un processo vero e proprio alla generazione di Erri da parte di un paese che ha fatto dell’arte dell’oblio la propria incapacità di accogliere il gesto più sano e politico che un Paese fatto come dio (minuscola) comanda, potesse fare ovvero l’amnistia. Mi colpisce la codardia invece degli scrittori che non hanno, come in Francia, trovato il tempo di fare corpo comune a quello che è un vero attacco al diritto dell’opinione.

I comunisti dandy mangiano solo bambini eleganti…
Con Il Manifesto del comunista dandy, appena pubblicato con Miraggi si scoprirà cosa mangino i bambini comunisti dandy e soprattutto perché adorino pisciare sui tappeti della nuova repubblica di Salòt fischiettando l’Internazionale.

Giovanna Pentella

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