Fuocoammare – Verso Lampedusa La Macchia 6.0

2 aprile 2017 di

Un po’ difficilmente si riesce ad arrivare per caso alla Biblioteca Santucci: bisogna attraversare quel crocevia umanistico altrimenti detto “Bar di lettere”, svoltare a destra, inerpicarsi su per una rampa di scale, ma chi giovedì 30 marzo, alle 14.30 avesse seguito le indicazioni che segnalavano una proiezione di “Fuocoammare” avrebbe potuto senza alcun ostacolo raggiungere una sala gremita di saggi e monografie. Al centro, incorniciate dalle scrivanie, parecchie file di sedie e altrettante teste impegnate nell’esame delle piccole vite esposte dalla pellicola. <<Vite degne di essere vissute>>, recita il sottotitolo della sesta edizione del Cineforum “La Macchia” che l’Associazione Asinu presenta ai membri dell’Università di Salerno. Non solo, dunque, esistenze singolari capaci di attuare memorabili progressi tra gli argomenti della Storia, ma vite comuni eppure straordinarie, meglio, straordinarie in quanto alla continua ricerca di una serenità quotidiana. Così Lea Garofalo, protagonista del primo evento, allo stesso modo i migranti di Lampedusa, che in una scena di svago presentano l’utopica ambizione al benessere sociale.

 “Questo non è un film d’intrattenimento”, chiarisce prima che la proiezione abbia inizio la Presidente dell’associazione, Valentina Comiato, “ma proprio per questo vorrei non andaste via e restaste per il dibattito. Sullo schermo, due bambini costruiscono una fionda. Sulle altre, è una scena a rimarcare l’interesse per l’esistenza singolare: un medico, autentico abitante dell’isola che il regista Rosi ha presentato agli spettatori attraverso l’occhio vigile della macchina da presa, osserva su uno schermo alcuni corpi d’immigrati, ne analizza le usure, ne racconta le ferite. Rende conto della loro singolarità che si disperde in un oceano di vite minuscole.

Un paio d’ore e a tutto schermo, la scritta “Fuocoammare” annuncia la conclusione dell’opera; il pubblico sembra riprendere respiro. In platea, insieme con il professor Gennaro Avallone, anche Giuseppe Foscari, docente in Storia dell’Europa. “Il nostro futuro sarà pure incerto, ma noi ne abbiamo uno, a differenza dei rifugiati. Gli italiani sono come i lampedusani? Un popolo di marinai, raccolgono tutti quelli che vengono dal mare”, afferma Angela Pacca, membro del Collettivo Onda che ha gentilmente accolto l’invito alla partecipazione, citando un’intervista a un pescatore dell’isola. “Quello che manca è un rapporto diretto con i richiedenti asilo che ne riduca la rappresentazione e ne faccia persone reali”, continua il professor Avallone “prima abbiamo costruito la figura del migrante, ora quello del rifugiato. Sono figure, maschere, rappresentazioni a cui attribuiamo dei contenuti che normalmente oscillano sul doppio registro: uno di vittima, l’altro di minaccia”, afferma il docente, il cui intervento è al solito preciso, lucido, aperto al dialogo. Chiede perdono per la fretta, deve accompagnare verso Udine un gruppo di pakistani che provengono da un’area al confine con l’Afghanistan. “Avevo detto loro che li avrei citati. Ho scoperto che “se ti fischia l’orecchio…” è un detto che anche in Pakistan conoscono. “Se ti fischia l’orecchio o se si muove l’occhio””.

Un interrogativo permette di chiarire la più sibillina delle questioni: perché qualcuno dovrebbe sentirsi costretto ad abbandonare la propria patria? “Quello delle migrazioni è un viaggio che vince chi riesce ad arrivare e perde chi muore o si ferma per strada, o perché arrestato, o perché ormai privo di soldi. Ci sono persone che perdono i genitori, il padre ad esempio, e uno zio si appropria della terra lasciando il nipote senza alcun mezzo per sostenere la famiglia, i fratelli; in altri casi scappano per non essere arruolati dalle truppe di Boko Haram; alcuni perché sono omosessuali. Naturalmente si mischiano sempre le ragioni economiche a quelle sociali, dati che in generale si tendono a separare”. Di notevole interesse, la considerazione che Avallone propone sul lungometraggio: “Il film è lento perché sono le vite delle isole, ad essere lente”. Incontrano gli agglomerati politici delle nazioni, le esistenze dei migranti, ne osservano le chiusure e il disinteresse. Agire, dunque, l’esortazione del docente, il quale con inquietudine guarda alla raccolta di firme anti-immigrati che ha visto protagonista la città di Cava de’ Tirreni, insieme con i nuovi populismi conservatori che attanagliano l’Europa. “Non dobbiamo aspettare che si aprano i forni crematori, rimarca.

Dentro le dinamiche storico-culturali, è proprio la narrazione ad affermare la vita, così dal pubblico molti raccontano del proprio coinvolgimento emotivo con case d’accoglienza, riposte spesso nei luoghi periferici di una città, e immigrati. Notevole la testimonianza di Jamil, docente di lingua araba al Centro Linguistico d’ateneo, che Asinu ha intervistato, e di cui ha reso conto Valentina Comiato, per cui sono molti i casi di “catena umana”, i quali non permettono a un’intera famiglia di abbandonare il proprio luogo natale. Contro qualsiasi retorica, l’evento; quella del sacrificio come quella della compassione, impegnato invece in una discussione che ritrovi, nella cultura razziale che distingue superiorità e inferiorità, un legame tra le epoche. Si riuscirà a valicarlo? Si riuscirà a gettare uno sguardo civile verso le barriere di cui l’Europa si sta armando per allontanare l’Altro? L’incontro si è rivelato non privo di utilità anche per chiarire un punto di così incisiva rilevanza.

 Antonio Iannone 

PROSSIMO APPUNTAMENTO: giovedì6 aprile, ore 14:30, Biblioteca Santucci.“Il Sale della Terra” di Sebastian Salgado, Wim Wenders.

SCOPRI LA MACCHIA: https://asinupress.altervista.org/asinu-presenta-il-cineforum-la-macchia-6-0/

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