Gomorra e la rappresentazione della violenza

5 giugno 2016 di

Non è inusuale che il mero fatto di cronaca nasconda tra le viscere l’intero dispiegarsi d’una vicenda psicologica ben definita: i soggetti agiscono perché vinti da un moto che permette loro di instituirsi parti attive all’interno di un evento nel quale la cronaca si dispiega nella sua concretezza e si rimette da apertura per l’opinione. Ad Agnano, quartiere alla periferia di Napoli, un gruppo di ragazzi pugnala al braccio una giovane transessuale, ora ricoverata all’ospedale San Paolo. Fin qui, purtroppo, nulla che per il lettore si discosti dalla tragedia quotidiana, dal poco originale avvenimento. E’ di ogni giorno la storia per cui individui distinti si incontrino e loro malgrado si riscoprano vittime di quegli scherzi che riserva talvolta il caso, ma ecco l’elemento originale, il colpo di genio: gli aggressori accompagnano alla violenza citazioni della serie televisiva Gomorra invocando il nome del boss Salvatore Conte (interpretato da Marco Palvetti) che nel corso dei primi episodi della seconda stagione è protagonista di un rapporto amoroso con la transessuale Nina. Seguono all’evento le solite proteste: che la colpa sia da attribuire agli esempi malati generati dal prodotto artistico invece che da un difetto nella morale dei carnefici?

Critiche del genere non sono nuove ad avvenimenti di difficile accettazione, lo stesso fu per il massacro della Columbine High School a opera di due giovani americani, Eric Harris e Dylan Klebold, responsabili della morte di numerosi studenti e insegnanti e della cui colpa fu irrimediabilmente caricato il performer Marylin Manson, reo di veicolare messaggi negativi tra i testi delle sue canzoni e di inneggiare in tal modo alla violenza. Associazioni del genere, però, non sembrano soddisfare nient’altro che il desiderio di un rapporto di causalità tra l’evento e la sua origine? Come se ogni avvenimento non fosse che la conclusione di un processo, sì, articolato, ma lineare e soprattutto concausale in cui da un punto A, il movente, si passa a un punto Z, l’evento tragico, passando attraversando l’intero alfabeto delle cause.

Gomorra ha certo il suo più grande difetto nell’ostentazione di pedagogia cui sembra malamente dedicarsi. Se il saggio di Roberto Saviano, edito da ormai dieci anni, poteva dirsi, almeno in minima parte, adeguato alla missione che si proponeva, il prodotto televisivo fallisce miseramente, per un motivo ben preciso da ritrovarsi nella sua buona costruzione artistica dove personaggi, non uomini vivi, agiscono affinché a esser coerente sia non la denuncia, bensì il racconto come frutto di una sceneggiatura che risponda a un compito ben preciso, quello di lasciare che lo spettatore partecipi al romanzo non come destinatario passivo ma consumatore attivo. E’ in tal modo che si annulla la pedagogia lasciando posto alla retorica dell’arte, per cui quanto più un oggetto si presenta vero-simile, vale a dire simile al vero ma lontano da esso, tanto più risulterà interessante. I dialoghi della serie sono troppo memorabili, l’intensità delle scene è troppo artificiosa, le sequenze troppo avvincenti, debolezza in cui ad esempio riesce a non cadere Matteo Garrone nella regia della pellicola omonima dove racconto e narrazione coabitano perché sia raggiunto un compimento. A tale proposito l’argomento della violenza è di certo notevole, soffocato da quel desiderio di superamento dei limiti che è la ricerca della sorpresa in un’opera, soprattutto quando seriale: quella mostrata in Gomorra è una rappresentazione strumentale della violenza, veicolo di com-passione che lasci lo spettatore in attesa del prossimo episodio.

Non possiamo allora che ragionare per controfattuali: ci sarebbe stato in ogni caso quell’incontro tra gli aggressori e la vittima senza l’esistenza del prodotto televisivo? Certo, non possiamo saperlo, dunque non ci resta che rassegnarci alla cronaca. Ad Agnano, quartiere alla periferia di Napoli, un gruppo di ragazzi pugnala al braccio una giovane transessuale, ora ricoverata all’ospedale San Paolo.

Antonio Iannone

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