Gomorra-La serie e il mito camorrista

13 giugno 2014 di

Parliamo di Gomorra-La serie, il successo televisivo degli ultimi mesi; o meglio, non parliamone perché, ripeto, è stato un successo. Sky Atlantic HD e Sky Cinema1HD hanno registrato una media di 850mila spettatori per le ultime due puntate della prima serie, che ha chiaramente lasciato campo aperto a una seconda che i fan già aspettano trepidanti. Se non bastasse, trattasi del record d’ascolti per una serie su pay tv.

I motivi di tale successo sono stati già ampiamente analizzati, c’è proprio tutto in questa serie che possa piacere al pubblico, su tutto la regia di Sollima che già al tempo di Romanzo Criminale restituì grande dignità al mondo della serie italiana, che per lo stesso pubblico nostrano ha sempre rappresentato un sottoprodotto del lavoro americano.

Questa però non è un’analisi del prodotto, bensì solo di uno degli aspetti che l’hanno reso appetibile e, venga compreso il termine, pericoloso. Tante critiche si sono abbattute sulla serie, su tutte la cattiva immagine che dà della città di Napoli ed in particolare del quartiere di Scampia. In realtà c’è ben poco del quartiere a nord del napoletano, se non l’immagine simbolo delle “vele”. Buona parte del girato è realizzato a Ponticelli, tanto che sarebbe valso ambientare la storia lì, ma forse non avrebbe reso al meglio sul piano iconico. Ovviamente trattasi di un aspetto secondario, in una guerra tra poveri a chi veicola la peggior immagine di sé.

ciro_limmortale

Ciò che invece fa riflettere, e che sento di dover criticare, è la mitizzazione della malavita. Ebbene, dopo dodici puntate risulta impossibile non simpatizzare per questo o quel personaggio, anche se è vero che alla fine nessuno si delinea come vincitore del conflitto tra bande. Il sottoscritto ha fatto il tifo per Ciro l’Immortale, apparentemente un uomo normalissimo che però passa diverse volte dalle parti del creatore tornando sempre tra i vivi, nelle maniere più rocambolesche. Non è una nota di colore, ma la volontà di spiegare che risulta impossibile restare a guardare con la spocchia di chi sa di star osservando un mondo corrotto, senza provare il desiderio che un pluriomicida piuttosto che un altro si salvi in uno scontro a fuoco, magari solo perché il carisma di quel personaggio assolutamente negativo ci ha trovato più empatici.

Se leggesse Sollima direbbe “obbiettivo raggiunto”. Si può solo applaudire, perché quello è il suo lavoro ed è stato fatto come meglio non si poteva. Ma se anche Saviano affermasse lo stesso, non si potrebbe applaudire allo stesso modo, non si potrebbe applaudire e basta. Questa serie porta il nome del suo primo libro, quello con cui si è fatto voce possente per tanti che prima avevano gridato e nessuno li aveva ascoltati. Tanti l’hanno ringraziato e continuano a farlo per questo, gli stessi che ora non possono più dire grazie.

Lungi da me aprire per l’ennesima volta l’ennesima polemica su Saviano “uomo buono ma non ancora santo”, il monologo finale del “Testimone” di Pif dedicato al giornalista casertano ha già chiarito il punto emblematicamente. Lungi da me dire che Saviano pensa solo ai soldi, che ha scordato la sua terra, che ci fa cattiva pubblicità; è stato pagato per aver sceneggiato una serie che parla della sua terra, ergo non si è scordato niente, e la cattiva pubblicità ci pensiamo già a farcela da noi.

Per chiarire il concetto, questa serie è meravigliosa ma a Don Ciotti non sarebbe mai venuto in mente di sceneggiarla. Si accetti la vena artistica di uno scrittore capacissimo, ma si smetta di utilizzare la sua figura come icona di un movimento che non ha nella sua progettualità la mitizzazione o il romanzare le storie di una realtà difficile e, appunto, reale.  Una cosa, però, diciamola a chiare lettere: Saviano non può più ritenersi un giornalista antimafia. Si potrebbe dire che non gioca nemmeno più a favore della causa, ma sarebbe esasperare i toni. Non esistono solo le calunnie, o l’idolatria, ma anche una zona grigia, composta da chi semplicemente guarda alle sue azioni (accetti serenamente che la sua fama pone una lente d’ingrandimento sulla sua persona) e che ne critica gli sbagli.

Salvatore Tancovi

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  • Salvatore Tancovi

    Innanzitutto ti prego di moderare il linguaggio, poi se vuoi ti mando la mia mail e mi scrivi lì le varie imprecazioni che ti servono per sfogarti.
    Non ho scritto che Saviano non può sceneggiare, ma che ormai la sua carriera l’ha portato all’incompatibilità con il ruolo di giornalista antimafia. Che io sappia D’avanzo ha sceneggiato “il Divo” che, non mi sembra un film sulla mafia(o almeno non solo su quello) ne tanto meno mi sembra una costruzione volta a celebrare l’immagine dell’ex-onorevole Andreotti. Riguardo Bianconi, vale lo stesso discorso fatto per Saviano, addirittura c’è anche lui dietro la sceneggiatura di Gomorra, con la differenza che Saviano è un simbolo, lui no, e nemmeno D’Avanzo, sperando che tu conosca il senso della parola “simbolo”.

  • Antonio Monda

    ma che cazzo vai dicendo. saviano è uno scrittore. e può far benissimo sceneggiature e giornalismo antimafia. Testa di cazzo. Giovanni Bianconi Giuseppe D’Avanzo sono (stati d’avanzo è morto) giornalisti antimafia e hanno fatto sceneggiature. Ma quanta pochezza, asino!