Il caso Spotlight: onore al miglior giornalismo d’inchiesta

2 marzo 2016 di

Il mestiere del giornalista non è mai stato facile, ancor più quando ci si trova ad affrontare questioni scottanti che hanno per protagonisti bambini innocenti.
Vincitore quest’anno di due premi Oscar nelle categorie di “Miglior film” e “Migliore sceneggiatura originale”, “Il caso Spotlight” ci accompagna tra le scrivanie spotlightdel “Boston Globe”, quando nel 2001 un team di giornalisti si ritrovò a dover affrontare uno dei casi più drammatici e insabbiati della storia: abuso di minori da parte di sacerdoti. Ad interpretare il gruppo di reporter, troviamo volti ben conosciuti, quali Mark Ruffalo, Rachel McAdams e Micheal Keaton.  Il loro compito è quello di riportare alla luce tutto ciò che è stato insabbiato dalla Chiesa, o da chi per essa. Una dura realtà contro cui scontrarsi, sia per quei giornalisti che per tanto tempo avevano avuto le prove – del tutto ignorate – sotto il naso, sia per quei bambini abusati e mai tutelati.

Il regista Thomas McCarthy riporta sul grande schermo l’ammirevole zelo del miglior giornalismo d’inchiesta. Procedendo nelle loro ricerche, i componenti del team s’interrogano non soltanto sulla corruzione morale dei numerosi membri del clero coinvolti negli abusi, ma anche su quanto sia difficile per le vittime andare avanti con la propria vita, dopo aver subito simili traumi. Parecchie di loro, infatti, non ne sono state purtroppo in grado.

“Il caso Spotlight” è un film intenso, che vanta un regista e un cast talentuosi. È un’opera capace di unire due grandi mezzi, quali il cinema e il giornalismo, con lo scopo di raccontare eventi realmente accaduti e che non dovrebbero mai essere dimenticati.

È la storia di un gruppo di giornalisti che riscoprono il proprio valore di giustizia e che si affannano per pubblicare una storia che, oltre a gratificarli nella carriera con il Premio Pulitzer, gli permetterà di riscoprire di nuovo quel lato umano seppellito sotto cumuli di carte.

Cristina Migliaccio

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