Il reato di tortura: in Italia una stortura

31 maggio 2017 di

Che lo Stato italiano non fosse riuscito a maturare alcun senso di responsabilità nel corso degli ultimi anni, lo pensavamo un po’ tutti. È più che sufficiente, infatti, ricordare come spesso di fronte ad azioni ed eventi drammatici la sua unica posizione sia stata quella di una silente complicità. Di certo, però, non potevamo esserne così sicuri come invece possiamo ora. Il disegno di legge approvato dal Senato della Repubblica il 17 Maggio scorso, e ora in esame presso la Camera dei deputati, che introduce il reato di tortura e quello di istigazione alla stessa nel nostro ordinamento giuridico è, infatti, un evidente segno della non maturità e soprattutto dell’irresponsabilità del nostro Stato. Lo stesso Presidente della Commissione per i diritti umani, nonché primo firmatario del disegno di legge, Luigi Manconi, ha rifiutato di prendere parte alle votazioni ritenendo che, alla luce dei nuovi emendamenti, il testo fosse stato completamente stravolto nei suoi tratti essenziali e nelle sue finalità.

L’Italia per diversi anni è stata inadempiente agli obblighi assunti il 10 Dicembre del 1984 quando a New York l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato La Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti. Agli Stati partecipanti, infatti, spettava la ratifica della Convenzione e l’introduzione nel sistema nazionale del reato di tortura. Il nostro paese ha provveduto alla sottoscrizione della Convenzione (ma mai alla ratifica) soltanto nel 2002 e alla discussione in Parlamento sulla tortura soltanto di recente.

I nostri parlamentari hanno approvato una norma che qualifica la tortura come un reato comune, la cui pena detentiva ammonta da quattro a dieci anni  e da cinque a dodici se il responsabile è un pubblico ufficiale. L’istigazione da parte di quest’ultimo, intesa come responsabilità di colui che dà ordine di commettere azioni lesive, è punita con la carcerazione da sei mesi a tre anni. Inoltre, la legge impone che, affinché l’illecito venga considerato tortura, i traumi psichici vengano verificati in sede giudiziale, e che non debbano trattarsi di azioni isolate ma di “più condotte” , mentre non prevede alcuna punizione nel caso di “sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti”.

Il diritto internazionale considera la tortura non come l’azione compiuta da un soggetto privato per scopi personali, ma come una degenerazione del potere statale. Un abuso, un surplus di violenza inadeguato e immotivato da parte di un soggetto che esercita poteri pubblici. Consta, perciò, del requisito di presenza del pubblico ufficiale che contraddistingue la tortura, così come i crimini contro l’umanità, da altre azioni violente che, sebbene per la loro crudeltà ledono la dignità umana, non costituiscono quella fattispecie di crimine perché, molto semplicemente, chi li commette non indossa alcuna divisa. Nella norma italiana, invece, la presenza del pubblico ufficiale è solo un’aggravante e non un carattere essenziale. Perciò emerge l’immagine di un reato comune che può essere commesso da chiunque, e non una limitazione al potere coercitivo degli organi di polizia. Appare poi decisamente ambigua l’esenzione da una qualsiasi forma di punizione nel caso di “sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti”. Passaggio, questo, sotto cui possono celarsi non poche irregolarità.

È evidente la volontà espressa dal Parlamento di tutelare le forze di polizia e di non conformarsi alla generale considerazione del reato di tortura. Molto probabilmente perché lo Stato, un po’, ha finito per immedesimarsi in quelle stesse divise blu, tendendo ad estremizzare il concetto di appartenenza delle forze allo Stato. Quegli agenti di polizia servono lo Stato e servono allo Stato. E forse quest’ultimo, in ragione di questo forte senso di appartenenza, si è sentito in dovere di non approvare alcuna norma che potesse limitarne la libertà e costringerli a una maggiore responsabilizzazione. Conseguentemente, ancora una volta, lo Stato italiano crea una forte spaccatura, una divisione con i cittadini, gli unici verso i quali, invece, questo senso di fedeltà avrebbe una qualche ragione d’esistere. Il testo approvato perciò risulta essere solo vuoto, di facciata. Un fallito tentativo di far credere al mondo e alle istituzioni internazionali che l’Italia è un paese  particolarmente attento al rispetto dei diritti umani. Una bugia alla quale in pochi sono riusciti a credere dal momento che l’Italia, ad oggi, resta il paese europeo che ha avuto complessivamente più condanne e pagato ai ricorrenti i più sostanziosi risarcimenti.

Sono tanti, infatti, i casi di tortura che si sono verificati in Italia tra carceri e caserme. Anzi, sono troppi. Troppi per poter essere tutti elencati qui, troppi per far finta che la tortura in Italia non sia praticata e troppi per poter approvare un simile disegno di legge che non costituisce affatto un deterrente ad azioni di tortura. Troppi per poter valutare la presenza di un pubblico ufficiale solo come un’aggravante. E troppi per non continuare ad esigere un vero reato di tortura.

Antonella Tanya Maiorino