Il Sale Della Terra – Cambio di prospettiva a La Macchia 6.0

9 aprile 2017 di

Il nome di Sebastião Salgado forse non sarà noto ai più. Un vero peccato, perché la storia di chi viene considerato uno dei più grandi ed influenti fotografi dei nostri tempi merita di essere raccontata ed ascoltata. Il suo impegno sociale, il suo amore sconfinato per il genere umano e il suo inimitabile stile fotografico che predilige un classico bianco e nero sono stati, infatti, i protagonisti indiscussi del terzo incontro de “La Macchia 6.0”, svoltosi sempre nella ben celata “Biblioteca Santucci” e proposto dall’Associazione Asinu. Lo spazio, d’altronde, è stato concesso alla visione de “Il Sale Della Terra”, documentario diretto da Wim Wenders sull’immenso fotografo brasiliano.

Come ha ben sottolineato il professor Adalgiso Amendola, è un documentario estremamente delicato da realizzare, poiché la storia di una tale personalità, piena di sfaccettature quasi antinomiche, si sottopone al costante rischio di estetizzazione e di banalizzazione. Rischi che attraversano il prodotto finale dall’inizio alla fine, ma che con attenzione vengono evitati con una certa grazia. Si, Wenders riesce a proporre un affresco che risalti non solo il lungo percorso di Salgado a partire dai suoi primi studi economici fino al formarsi maturo della sua tecnica fotografica, ma anche e soprattutto a soffermarsi su cosa significhi stare dietro l’obiettivo. “Una foto non parla solo di chi è ritratto, ma anche di chi ritrae”, afferma lo stesso Salgado, ben conscio di come la fotografia sia molto di più di una semplice immagine e spingendoci a riflettere insistentemente sul suo ruolo e il suo rapporto con la realtà. L’occhio non è solo un determinante estetico, è molto di più, tema sottolineato con forza sia dall’intervento dell’Associazione Koinè di filosofia che dalla mostra fotografica organizzata da Link Comunicazione.

Cosa rimane di questo incontro? Rimane la consapevolezza acquisita della forza imperante delle immagini, che siano quelle della povertà e della siccità in Africa o dei pozzi di petrolio infuocati in Medio Oriente. Rimane un sentimento di dolcezza infinita verso l’umanità e di speranza verso un mondo che può e deve migliorare. Rimane una decisa presa di coscienza di tutti i presenti, infervorati dagli sguardi critici e mai convenzionali dei professori Amendola e Gennaro Avallone. Il senso ultimo di “Vite degne di essere vissute” è tutto racchiuso qui, in una discussione comune che spazia dalla datità della fotografia al ruolo dell’informazione, dal rischio di mistificazione alle sterili istanze antropologiche di realtà “dura e cruda”, non trascurando una breve disamina sul fenomeno social che ci circonda.    

Su queste note critiche agrodolci e uno sguardo sicuramente disincantato ma mai disilluso su ciò che verrà, l’incontro si è chiuso e l’onere di compiere qualcosa che sia degna di essere vissuta è passato da Salgado a noi.

Luciano Ben Moscariello

PROSSIMO APPUNTAMENTO: mercoledì 12 aprile, aula 11 ore 10:30, “Frank Gehry – Creatore di sogni” di Sidney Pollack.

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