Il vuoto oltre la serie

5 ottobre 2014 di

walter whiteSono le 15 e 06 di un qualsiasi sabato della mia esistenza, ed ho appena finito la puntata numero 16 della quinta stagione di Breaking Bad, l’ultima e definitiva puntata. Faccio una premessa: per tutto lo scritto che segue non vi è nessuno spoiler, se potessi istituirei il daspo dai siti streaming e pornografici per chiunque si diverta ad anticipare gli eventi di qualsivoglia serie o trasmissione a puntate; l’unica cosa che credo di poter affermare con certezza è che questa quinta serie sia davvero l’ultima, per fiducia al buon senso della produzione.

Ciò di cui vorrei parlare, un po’ come se fossi sul lettino di uno psicologo, è come ci sente quando una serie del genere arriva alla fine, sto male dottore! Io non abuso dei telefilm, conosco persone che conoscono persone… insomma tutti conosciamo un certo numero di persone che riescono a seguire più di una serie in contemporanea, più di una trama, più di trecento personaggi alla volta. Ecco, io sinceramente non vi capisco. Ho impiegato ben tre mesi a guardare tutta la quinta serie sulla storia di Walter White, un numero che per alcuni significherà “non-vita per tre mesi”, ma per chiunque sappia cosa significhi entrare in empatia con una serie televisiva e averne a disposizione più di 50 puntate, per queste persone i miei tre mesi sembreranno un’era giurassica. In qualche modo si tratta di mondi a confronto, di persone completamente affascinate dalla possibilità di immedesimarsi in un personaggio e la sua storia, e persone che si tengono alla larga da questa affezione. Io appartengo al primo mondo, ma ritengo che si possa andare in overdose anche di telefilm, per cui limito i miei consumi. Ritengo però che non esista persona al mondo che non abbia un proprio telefilm ideale, lì ad aspettarlo, anche se non si incontreranno mai. Anzi, per i neofiti, per chi di sceneggiatura, fotografia, trucco e parrucco, dialoghi ed effetti speciali, per chi di tutto ciò non ci capisce nulla credo sia più semplice entrare in sintonia con le storie. Tipo io, che amo la maggior parte delle serie che guardo, così diverse fra loro che a volte penso di non amarne nemmeno una.

Tutte però hanno un’insita capacità, quella di lacerarmi al loro addio. Più scrivo e più mi rendo conto che questo discorso starebbe bene anche se parlassimo di donne, ma comunque, tutti sappiamo di cosa sto parlando. Le lasci entrare nella tua vita, e loro prima lo fanno in punta di piedi, per poi diventare sempre più ingombranti a suon di puntate. Così un giorno ti ritrovi a bere scotch con Hank Moody, parlare d’affari con Walter White, azzardare diagnosi con Meredith Grey, insultare i Lannister in compagnia degli Stark, confortare Dawson che è rimasto un adolescente piagnucolone spiegandogli che è normale che Joy abbia preferito Tom Cruise a lui. Insomma la vita comincia a confondersi, e anche per chi non avesse colto tutte le citazioni, basti pensare a tutte le battute della serie “Gomorra” che vengono pronunciate ogni giorno in un collettivo e gaudente stupro di copyright.

Poi all’improvviso qualcosa si rompe, comincia un perverso meccanismo che ha molto a che fare con la perdita, comincia così il distacco. Comprendi che la tua vita fa schifo in confronto a quella dei ragazzini di Skin, perché nella tua vita mangi, bevi, dormi e perdi un sacco di tempo in faccende che sono banale routine; invece lo schermo ha dalla sua una magica diavoleria chiamata montaggio, che permette a questi ragazzini di 17 anni di drogarsi, uscire con le fighe più fighe di Brighton, farla franca contro pericolosi individui criminali, il tutto senza mai una botta di incoerenza, restano sempre fedeli al loro personaggio e lo fanno per ben 40 minuti. Al che tu cominci a chiederti il senso del tuo “campare”, e così il giorno dopo decidi che pure tu devi fare qualcosa, che la vita è un telefilm e tu non puoi fare la comparsa, che insomma qualcosa di mirabolante dovrai fare di lì a poco (si dottore, soffro di emulazione, per questo vado dicendo che sta storia di Gomorra è figa, ma creerà qualche mostro). Manco a dirlo, nell’arco di mezza giornata mandi tua madre a quel paese, provi a comprare degli acidi, vai in giro adocchiando ragazze improponibili corteggiandole con pacche sul sedere. Nel migliore dei casi prendi solo una tra: una sana schiaffeggiata, una denuncia per acquisto di stupefacenti e un’accusa di molestie sessuali. Insomma comprendi che la via non è percorribile, e sai che non lo è nemmeno per il personaggio stesso, che il suo fascino sta proprio nell’esaurirsi della sua funzione (cioè essere figo per un lasso di tempo). Se ne sarebbe resa conto anche la Rowling se Hollywood non le avesse dato tanto oro quanto il peso di Harry Potter.

Poi a un certo punto finisce, la serie si conclude. Ovviamente la maggior parte dei telefilm ha un finale semi-aperto o completamente aperto, lasciare spazio all’immaginazione si dice, ma non è vero. Io lo definisco lasciare spazio a tutte le forme di sconforto presenti su questa terra. Subito subentra questa sensazione di vuoto, come se ormai anche la tua esistenza fosse finita, come se volessi vedere i titoli di coda anche della tua vita. Ti giri, ti rigiri, ma sai che non c’è più, che sei solo ormai. Poi incominciano i se. E se si fosse salvato? E se si fosse nascosto sotto alla gobba di un cammello? E se invece è ancora vivo e si rifugia da qualche parte? E se, e se, e se, e se; questa è pura negazione, fase che precede l’accettazione. Quest’ultima è meno dolorosa ma più triste, soprattutto se non puoi parlare con nessuno perché tutti ti risponderebbero “ma io quella serie l’ho finita mesi fa” (e quindi sono persone che si sono già innamorate di nuovo). Tu invece devi ancora soffrire, accettare che pian piano smetterai di pensarci. Certo basterà una posteggia goffa a farti ripensare a Barney Stinson, una cover mal riuscita e immaginerai il Glee Club, un pesce rosso e sentirai le battute romanacce di Boris. Ma passerà, un giorno arriverà lei e dimenticherai, lei che ti aiuterà a superare il vuoto oltre la serie; nel frattempo esci, vivi, grazie dottore, mi sento già meglio.

 

Salvatore Tancovi