In memoria di Giancarlo Siani

23 settembre 2016 di

Ventitrè settembre 1985, è appena sera e Piazza Leonardo risplende negli aliti di vento che aprono all’autunno. La notte avvolge l’Arenella prima del solito; lontano il rombare di un’auto si avvicina alla piazza, la Citroën Méhari non ancora opera d’arte nella realtà strumentale d’oggetto. Al volante un giornalista neanche trentenne. Qualche scrittore baciato dalla poesia scriverebbe che il giornalista andava incontro alla morte, ma spesso la poesia non abbraccia la vita: il giovane andava semplicemente verso casa. Una sera qualunque dove ottobre premeva sotto forma di notte frettolosa e di attesa pigra della mattina, poi le piogge, pioggerelline cattive che di tanto in tanto si posavano sulla città, a volte veri e propri temporali, improvvisi senza un briciolo di lampo o un rumore di tuono, pure lontano, come scherzi della natura. Non è vero, allora, che nel Sud Italia non piove mai.

Si trattò d’uno scherzo della natura anche cinque anni prima, un brutto tiro anzi, una lunga beffa dove politica e disgrazia si mescolarono amaramente nelle macerie d’Irpinia. Tristemente attuale, scriverebbe qualcuno, il discorso sulla miseria del sisma, imbastardito dal silenzio istituzionale che certo divide ben poco con la malattia e molto di più con l’intenzionalità. Da sempre i terremoti fanno sorridere le istituzioni, qualsiasi esse siano, statali o soltanto parastatali, portano case, le case appalti, gli appalti denaro. Siani non scriveva come un eroe ma come un buon giornalista: preciso, puntuale, alla ricerca della verità, non gli importavano i sensazionalismi. I suoi articoli erano molto formali, eppure pieni di trasporto. È il miracolo della cronaca, essere a un tempo racconto e notifica, dover pesare insieme giornalismo e narrativa, perché le vicende umane, soprattutto le più oscure (e si può scrivere ciò senza retorica) sono anche soggetti letterari che prendono forme differenti durante la lettura, si appropriano di altri corpi, di nuove voci, e Siani quelle voci le lasciava vivere nel loro dialetto di appartenenza. Insieme agli articoli sul terremoto irpino, il giovane si occupava dei rapporti tra le più influenti famiglie della malavita organizzata che dopo l’arresto di Raffaele Cutolo, maestro della Nuova Camorra, si era riunita intorno al clan Nuvoletta. Era uno spettacolo raccapricciante l’avvicendarsi sul palco della periferia napoletana di un nugolo di novità, una ventata d’aria fresca per le vecchie facce degli uomini d’onore: i Bardellino contro i Gionta e i Nuvoletta, insieme protagonisti e vittime di una carneficina per il controllo del territorio, la piazza.

Era la matassa a impegnare Siani, era riuscito appena a sbrogliare i primi nodi nel momento in cui lo colpirono dieci colpi alla schiena. Curvo sul sedile dell’auto sembrava quasi fare il verso al giornalista sulla macchina da scrivere. Valentino Gionta, del clan omonimo, era stato arrestato in quell’anno, a giugno, molto probabilmente utilizzato come agnello sacrificale dal clan Nuvoletta di cui era alleato per una pace con i Bardellino che mettesse fine alle stragi. L’ultima era avvenuta il 26 agosto dell’84 quando un gruppo d’uomini armati, quattordici, appartenenti ai Bardellino aveva fatto fuoco nei pressi d’un circolo dove s’incontravano i rivali: 8 morti, 7 feriti, qualcuno non legato a nessuna attività criminale. Di questa vicenda si occupò Siani tra le colonne di uno dei suoi ultimi articoli, poiché l’arresto di Valentino Gionta, il principale obiettivo dell’attentato, esattamente dentro il territorio dei Nuvoletta sembrava fin troppo inverosimile. Doveva morire, il ragazzo, sapeva contare, come si dice, era capace di fare due più due, doveva tacere e lontano da Torre Annunziata perché le indagini non ritrovassero subito nell’omicidio la mano dei Gionta. Era il 23 settembre 1985, alle porte dell’autunno.

Non bisogna ricordare Siani come un eroe, gli eroi meritano la morte perché sopra le loro spoglie si edifichi la Storia, ma neanche si deve ricordarlo come una vittima silenziosa, un ragazzo pulito morto quasi per un accidente. Come ricordarlo allora? Da giornalista.

Antonio Iannone