Intervista a Mico Argirò: il viaggio del Polacco tra radici e sogni

25 ottobre 2016 di

“Il Polacco” è il nuovo singolo di Mico Argirò, che apre l’imminente uscita dell’album “Vorrei che morissi d’arte”. Sul web, le visualizzazioni sono straordinarie: il videoclip de “Il Polacco” uscito su FanPage ha toccato quasi 120.000 visualizzazioni e salgono continuamente gli ascolti del disco (in anteprima esclusiva su RockOn). Numeri dannatamente significativi, non solo perché stanno facendo scoprire un altro figlio del Cilento nel panorama musicale, ma soprattutto per quell’identità cantautorale che raffigura il leitmotiv del lavoro di Mico Argirò. Con lo stesso, voglio cimentarmi in una lunga chiacchierata.

Mico, come spieghi questo successo per il tuo nuovo singolo?
Non lo spiego. non mi aspettavo tutta quest’attenzione e sono sorpreso. Di sicuro è frutto di un buon lavoro di squadra tra musicisti, fonico, regista, attori, ufficio stampa… L’unica cosa che posso dire è che è un pezzo sincero, che racconta la storia di una persona realmente esistita e lo fa in maniera semplice.

Avevi scoperto il mondo del web attraverso “Felicita. Una canzone crepuscolare”. C’è un cambiamento musicale e tematico rispetto a quel singolo. Evoluzione o rottura?
C’è un cammino che non si è fermato: sono cresciuto, maturato, sia musicalmente che concettualmente. Sono cambiati molti modi di approcciarmi alla musica e al testo, ma è rimasta intatta la voglia di raccontare storie, di interpretare il presente; è cambiato l’approccio tecnico, il suono ne ha guadagnato molto e sto facendo piccoli passi per allontanarmi dai modelli e fare una musica sempre più personale e caratteristica.

De Andrè, De Gregori, Fossati, capisaldi della tua formazione musicale. Cosa ritroviamo ne “Il Polacco” di questa influenza cantautorale?

Troviamo tanto, ma con dei miei personali passi in avanti. Credo che la canzone d’autore non possa fermarsi a vent’anni fa: il troppo manierismo, le santificazioni dei cantautori, lo snobismo radical-chic portano questa musica ad essere “roba vecchia”, distante dalla realtà. Credo invece che c’è ancora molto da raccontare, strade nuove da percorrere, cose da dire. Ne “Il Polacco” c’è Capossela, c’è Fossati e ci sono Gogan Bregovic, Cage, Santana e soprattutto una mia visione diversa di fare musica; tutto il disco fonde ascolti vari, dai cantautori ai Pink Floyd, dai suoni della vita reale a Sting, dallo stile acustico al reggae e al rock. Ho voglia di ampliare la mia visione, di fare cose nuove, varie, che possano meglio esprimere le storie raccontate nei pezzi.

Ritorna in questo singolo un tema: quello delle radici. Il racconto del protagonista immigrato che fugge dal proprio paese, in un’ambientazione che richiama un territorio come il Cilento in cui l’emigrazione è una costante, sia nel Nord Italia e sia fuori dal Bel Paese. Eppure proprio in un periodo attuale come quello di una forte crisi economica lo stesso Cilento vive il fenomeno, nuovo per certi aspetti, di questa immigrazione. Vedi possibile una convivenza multietnica nei nostri territori?
Io la convivenza la vedo già, non c’è bisogno di immaginarla: ci sono paesini ormai abitati quasi solo da stranieri. Nelle nostre comunità, nelle nostre scuole, la presenza di stranieri è marcata. Mi piacerebbe una società sinestetica dove tutto si fonda ma si mantenga forte l’appartenenza, la radice. D’altro canto c’è anche da dire che delle nuove norme sull’immigrazione sono indispensabili e improrogabili, nel bene di tutti. Su “Il Polacco” hanno speso belle parole anche giornali polacchi che puntavano proprio l’attenzione su questo tema, sulle sofferenze dell’immigrato, sulle difficoltà, sui sistemi di sfruttamento; noi italiani non siamo e non possiamo essere insensibili a questo tema, per questo bisogna agire e presto.

Temi sociali come l’Immigrazione, storie di vita e d’amore segnati d’addii e lontananze. Cosa altro emerge nell’album “Vorrei che morissi d’arte”?
Emerge la voglia di un’arte come strumento di offesa, che possa toccare gli animi delle persone ed emerge l’augurio di morire d’arte, ma prima ancora di viverci. E’ un album vario di suoni e contenuti, si parla di persone, di amori, di economia, di sentimenti e contemporaneità

Il cantautorato, come detto da te, ha vissuto in quella nicchia che lo ha annidato in un clima di melanconico passato, quasi la lingua morta della musica: come pensi sia possibile un suo rilancio in un momento musicale in cui i reality e l’idea della musica usa e getta da tormentone la fanno da padrona?
Io credo che il rilancio debba passare per la sincerità, per la semplicità e per l’abbandono della figura del cantautore-vate. Credo in un approccio vicino alla vita e alla contemporaneità, viaggio in quella direzione, provo a dare una mia visione. Oggi siamo sommersi da musica di merda, lo è soprattutto perché falsa, priva di sentimento o di apertura, priva di profondità e anche poco divertente. Basta fare l’esatto contrario. E svegliarsi (e il disco inizia col suono di un caffè).

Gian Luca Sapere

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