“Io leggo, e tu?”, “No, grazie, ho smesso”.

10 giugno 2017 di

Si locchicchiava che stava meditando mentre sfumacchiava a tutt’andare la sua cancerosa, e forse si stava chiedendo se doveva o no dirmi quello che sapeva. Poi disse: -immagino tu ti riferisca alla Tecnica Ludovico.

Saccheggiare l’incipit da “Un’arancia a orologeria” di Anthony Burgess (in seguito “Arancia meccanica”, come recita la traduzione italiana della straordinaria pellicola di Kubrick), permette una descrizione dai fini pratici sulla terapia in sorte al giovane Alex. Come agire sull’ultraviolenza e renderla innocua? Riducendo la vita psichica del soggetto. Assicurato “il planetario a una specie di poggiatesta con la cinghia” (sarebbe stato utile citare il romanzo pur soltanto per ricordare di quale lavoro linguistico si è fatto carico l’autore), il protagonista è costretto alla visione della brutalità più cruda accompagnata dalla Quinta Sinfonia del “Ludovico Van”. Come rievocare questa scena possa avere riscontri pratici? In accordo con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali si potrebbe proporre alle forze dell’ordine la medesima cura, costringendo i poveri malviventi alla visione integrale degli spot per la campagna “io leggo, e tu?”.

Terminato l‘umorismo piuttosto basso attraverso cui la dissertazione ha deciso di presentarsi, si osservino i protagonisti di quel bel romanzo che ha nome di “Campagne per la sensibilizzazione alla lettura”. A gambe incrociate sul divano di casa, vestita di una camicia primaverile, Silvia Toffanin, conduttrice del talk show a tema soap-opera “Verissimo”, confida che ama le biografie perché le permettono di immedesimarsi “con la vita dei protagonisti”, avvenimento che le sarebbe altrimenti negato con un romanzo del genere realistico-fantastico; ancora su un divano, il cui rivestimento color mogano pare un ammiccante simbolo erotico e stringendo tra le dita un libro a copertina rigida in tono, la già moglie del calciatore Stefano Bettarini e conduttrice di spettacoli televisivi dalla comprovata virtù culturale Simona Ventura, quasi confessa che i libri l’hanno aiutata a “non arrendersi mai”; impossibile, infine, risparmiare una citazione alla dichiarazione di Barbara D’Urso che, tra una diretta e l’altra, si reclude in camerino, a mo’ di monaca, per tradire la professione televisiva con la lettura di un libro, meglio se dello stesso tono dell’abito che indossa. Di molti altri nomi dell’intellighenzia Mediaset si potrebbe dar menzione, ma al lettore si vuole lasciar la gioia di scegliere il proprio male, di cogliere il fiore che preferisca, sia esso del genere Scotti o Signorini. Dispiace per l’assenza di altrettanto celebri volti della tv pubblica: una gioia impagabile avrebbe causato un consiglio, ad esempio, di Luciana Littizzetto, magari di un suo libro.

Si perdonino i toni con cui l’ennesimo, ridicolo appello alla lettura è presentato: ma a volte, quando la violenza è più efferata, non resta che difendersi. Si analizzino gli spot quali si presentano: prodotti seriali per una lettura seriale, indistinta. Quelle figure televisive che sostengono di ritagliare uno spazio piacevole della lettura dentro il logorio delle registrazioni, tra le mani non stringono che l’idolo di un libro, un simulacro: insomma, poco più che qualche foglio in rilegatura. Copertine algide, vuote: neppure un titolo, l’accenno a un autore. Una voce suggerisce che sia davvero quello, il “libro” che sostengono di apprezzare, un agglomerato di fogli completamente nudi, che s’intonino con gli abiti. Come Sartre nel saggio “Che cos’è la letteratura?” si trova costretto all’interrogativo “per chi si scrive?”, allo stesso modo ci si dovrà domandare “per chi sono svolte queste campagne?”; bisogna, insomma, qualificare gli interlocutori cui le voci si rivolgono. La risposta pare immediata: i non-lettori, le casalinghe, di Treviso o di Voghera che siano, oppure quei ragazzi cui la scuola, pur tentando con ogni mezzo, fallisce nell’avvicinarli alla lettura. Sopravvive, in queste figure, un terrore ancestrale per la noia: vogliono far altro, uscire di casa, chiacchierare, soprattutto vivere. Il libro pare occupare l’ambiente della morte, è un cadavere riposto in una crepa tra gli scaffali della libreria. Si cerca allora di debellare questo pericoloso morbo, si dice al non-lettore: “Guarda, se leggi, anche solo per osmosi, potrai diventare come loro. Ricco, famoso: felice”. La noia è ancora lì, naturalmente, ma essa diviene il sacrificio con cui guadagnarsi il Paradiso, pure quello fiscale.

Cosa? Una certa ridondanza del termine “libro” nei paragrafi precedenti? Ecco, questa era nient’altro una dimostrazione del più grave difetto con cui si tratta la materia letteraria, vale a dire non considerare le categorie dentro cui opera. È un romanzo? Un saggio? Una raccolta di poesie, forse? La scrittrice Michela Murgia, che nel programma “Quante storie” propone note di critica letteraria, ha stroncato nel medesimo contesto un saggio di Fusaro e un manuale per aspiranti cuochi di Cracco. Insomma, questo “libro unico”, il grande Moloch cui il non-lettore dovrebbe avvicinarsi per mai esplicitate ragioni, non contempla autori, trame, stili, tesi, case editrici, traduttori. Ecco cos’è il libro che le campagne di lettura presentano: un sordido abisso.

“Io leggo, e tu?”, “No, grazie, ho smesso”.

Antonio Iannone