Le cicatrici sul corpo delle nazioni

29 dicembre 2016 di

La metafora biologica richiede che la costituzione delle nazioni sia osservata come un corpo, un solo agglomerato d’organi che combatte incessantemente per la sopravvivenza. Allora il lento lavorare degli uomini non diviene che un moto fisico della vita: il Grande Leviatano si risveglia, edificato dalle masse sociali, e ridefinisce la propria istituzione dentro l’ordine dell’unità, un solo maestoso cittadino che incessantemente combatte per l’esistenza. L’insorgere dei numerosi conflitti e dei derivati armistizi, il quasi totale venir meno delle offensive militari a favore delle diplomazie e delle democrazie, operano per l’edificazione, di sempre maggior imponenza, di un unico individuo, al cui interno, come nave governata da timonieri esperti, si istituisce l’unità delle leggi economiche e di quelle civili, divergenze permettendo. L’utopia dell’Unione? Forse, utopia come idealizzazione della “pace perpetua” (sebbene con troppa leggerezza venga qui utilizzata terminologia kantiana) e di un diritto positivamente totalitario. Sotto i colpi della realtà, tuttavia, l’utopia si disgrega.

Ecco che il corpo si frantuma arto per arto e ogni organo sembra non soltanto industriarsi per l’isolamento ma anche confliggere contro ogni altro. È una guerra civile dei confini e delle distinzioni, che ben misero spazio lascia al dialogo su armonia e cosmopolitismo. Il nemico è dunque la mano che viene da lontano e che con le unghie lascia solchi profondi sul volto delle nazioni, ne strappa la carne, lo riduce a un oggetto inanimato, per giunta danneggiato. Bisogna pertanto combattere, tentare con ogni mezzo di produrre per sé, anche “a priori”, una legittima difesa da qualsiasi attacco. Su un corpo che già si disgregava per propria natura, le ferite presentano un male che viene da più lontano. Questa tesi sostiene nel corso di una conferenza tenuta ad Aubervilliers il filosofo Alain Badiou.

Il corpo, lo insegna la medicina, sembra sino all’ultimo combattere per il proprio benessere, produrre con ogni mezzo i meccanismi di difesa per non incorrere nel colloquio terribile con la morte. A ogni ferita rispondono piastrine e globuli, si sommuovono folle di macrofagi, e con i fili del fronte comune tentano di ricucire da parte a parte le lacerazioni. Eppure queste vengono da più vicino, se faticoso risulta l’intervento è perché persino i centimetri di pelle che appaiono sani presentano in realtà tessuti deboli e inconsistenti. All’assedio del nemico che ciecamente sembra non preoccuparsi dell’identità, della civiltà, dell’umanità, l’unico fronte comune risulta essere quello della reclusione socio-politica. Gli arti, già tra loro monadi, instaurano una pericolosa clausura.  

Degna di biasimo, fuori di morale, o rappresenta invece un tentativo di fuga dall’offensiva omicida?  Una fuga che è immobilismo, certo, che non permette alcuno scambio tra le parti, ma che risulta una conseguenza piuttosto naturale della perdita. Un’elaborazione sociale del lutto. Ogni cittadino vittima d’attentato è parte di una nazione? Bene, la nazione non può che accoccolarsi su se stessa costruendo un forte con le proprie mura. “Salvare il salvabile”, si direbbe. La curva pericolosa è quella del populismo per cui nessun tempo si contente alla riflessione ma la politica si sedimenta sotto l’affabulazione e la malafede.  Ciò comporta un più grave esito: l’utopia (stavolta negativa) dell’autosufficienza. Un laccio emostatico viene posto tra le giunture già deboli del corpo e non permette alcun afflusso, né di sangue né d’ossigeno. Alcune ferite saranno pure leggermente rimarginate, ma altre, più profonde, posseggono cicatrici che divengono ben presto più subdole che dolorose. In tale paradosso, la morte tanto fuggita proviene da mano amica, peggio, da una mano che prima si riconosceva come propria.

Non sarà certo la morale, che guarirà il volto delle nazioni e probabilmente neanche il dialogo né il lamento. Come potrebbe di conseguenza riuscirvi una caduca reclusione?

Antonio Iannone