L’Odio di M. K. secondo Asinu

20 aprile 2015 di

Esiste la storia di un uomo che cade dall’ultimo piano di un palazzo. Cade, cade e nel cadere si ripete che va bene, fino a qui tutto bene. Non è la caduta a preoccupare quanto l’impatto al suolo. Se lo ripete, se lo ripete fino allo schianto. Succede tutto in un lasso di secondo piccolo, piccolissimo. Un po’ come L’Odio. Questo è solo il primo dei quattro film che porta la firma del Cineforum La Macchia, 4.0:  un numero in più per un evento che continua a crescere, continua a spingersi sempre in nuovi contesti da sviscerare per, in fondo, comprenderli meglio. Così il 14 Aprile alle due eravamo lì, io, tu e qualche amico portato convintosi da un film la cui famosissima citazione continua a sollevare stupore insieme alle sopracciglia nell’attimo in cui la si ascolta. L’Odio, film di Mathieu Kassovitz, produzione francese del 1995, ha fatto sollevare sopracciglia e questioni, domande, mani alzate. Bianco e nero, centro e periferia, colori agli antipodi dello spettro, situazioni agli antipodi della vita. Ospite della prima giornata è stato Gennaro Avallone, Docente di Sociologia rurale e del territorio; lui per primo ha iniziato a scardinare con minuziosità chirurgica quei luoghi comuni a cui si è attaccati nonostante il buonismo di cui ci si veste quando si rifiutano contesti, accettandone soltanto le brutture e le voci di corridoio, soltanto i “disagi della periferia”. L’Odio non è un film che parla di periferie, ci dice Avallone, è un film che parla della ricerca del benessere, del bisogno di benessere quando si nasce e si cresce in una periferia come quella delle Banlieues che vengono mostrate nella pellicola. Il confronto più naturale che viene da fare è con la Periferia per antonomasia, Scampia, le Vele, e con chi ci vive e il modo in cui si vivono contesti che estraniano dalla città, da cui vengono messe al bando. L’Odio è un film che mostra una realtà spogliandola di quei luoghi comuni per cui chi vive in periferia non ha coscienza, per cui chi vive in periferia vive per delinquere perché viene da lì e quella dev’essere la sua natura. L’Odio parla di un disagio difficile da togliersi di dosso quando si fanno un paio di passi fuori dal mondo circoscritto del proprio territorio e mostra come la figura del “delinquente” non sia altro che una conseguenza di uno stile di vita in cui la violenza è d’obbligo, inscenata e truccata di fronte ad uno specchio per sapere sempre reagire alle situazioni, per essere masti; lo stesso stile di vita in cui delinquere non è una scelta, ma normale routine come lo è comprare i peperoni per la nonna dal market sotto casa; nel suo scardinare i ruoli, l’Odio mostra l’irriverenza di tre giovani che non sono che giovani e come tali alla costante ricerca di una nicchia in cui essere accettati per come sono. Non tutto il marcio è marcio, in fondo; a volte lo è soltanto il luogo fisico che viene chiamato casa, come nel caso delle Vele di Scampia, che ospita da troppo tempo l’Associaione “Le Vele”, in piedi da 35 anni e che continua la sua lotta costante. Di quale lotta stiamo parlando? Del buttarle giù, quelle Vele, e dare a chi le abita un vero posto da chiamare casa, perché “vi pare normale che ci siano fili elettrici appesi, lasciati così fuori dagli edifici? Che una panchina se viene scardinata là rimane?”, rimane come la rabbia di Vinz, Hubert e Saïd, i tre protagonisti del film, rimane come la rabbia delle etichette che non lasciano via di scampo, intrappolano in una morsa che non fa che aumentare quella rabbia che esplode, in una lucidità aberrante e corrosiva, come quando alla fine della caduta ci si schianta, ci si ferma, non ci si muove più, e si muore.

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La recensione de “L’odio”

Cineforum La Macchia 4.0

Laura Ferraro