L’odio

7 febbraio 2014 di

“Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: «Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene». Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.”

 Nella banlieue parigina trascorrono plumbee le vite di tre ragazzi, figli di immigrati, che riempiono le proprie giornate vagabondando per i quartieri e tenendo dietro ai loro affari: l’arabo Saïd, ciarliero e vivace narratore di storielle e barzellette, l’ebreo Vinz, un arrabbiato cronico che se ne va in giro promettendo di ammazzare almeno un poliziotto, e infine l’africano Hubert, silenzioso contemplatore dello squallore circostante, consapevole che l’unica soluzione possibile è la fuga da quel posto dimenticato da Dio. Mathieu Kassovitz, nel suo secondo lungometraggio, racconta una loro giornata, scegliendo di girare in un bianco e nero estremamente spigoloso ed evocativo, perfetto per fotografare un mondo di confine, privo di sfumature, ma impregnato 103-1024x480soltanto di rabbia, frustrazione e ostilità, sentimenti che nutrono quotidianamente l’animo del popolo di reietti che vi abita. Saïd, Vinz e Hubert, combattuti tra il senso di rifiuto e di appartenenza, si esprimono in verlan, il gergo dei sobborghi, e vivono coltivando odio, avvelenandosi l’esistenza tra ribollente rancore, sibilanti accuse, lamenti e proteste in un posto dove i ruoli di carnefice e vittima si ribaltano in un istante, capovolgendosi e mescolandosi come la sabbia nella clessidra del tempo, che scorre uniforme e lento minacciando un’eternità immutabile. Il ticchettio incessante che segna il trascorrere delle ore, sottolineato dalla comparsa di brevi didascalie sullo schermo, trasmette allo spettatore l’ansia di un meccanismo ad orologeria pronto a esplodere seminando morte e disperazione in un circolo vizioso, dal quale è impossibile uscire.
“Could not recognize the faces standing over me, they were all dressed in uniforms of brutality” canta Bob Marley sui titoli di testa, mentre scorrono davanti ai nostri occhi le immagini degli scontri. E ancora: “All that we got it seems we have lost. We must have really paid the cost.” Abbiamo perso tutto e non rimane nient’altro da fare che “burnin’ and a-lootin’ tonight”, dar fuoco a questo mondo disperato e saccheggiarlo per riprenderci ciò che ci spetta, ma insieme al resto occorre bruciare anche e soprattutto le illusioni. Così vediamo Hubert, disincantato e rabbioso, prendere violentemente a pugni l’unico sacco superstite all’interno della sua palestra devastata dagli scontri notturni. Non c’è più posto per la speranza nè per i sogni e finanche le scritte sui muri sembrano ironizzare sulla situazione del quartiere. Mentre a terra giacciono siringhe abbandonate, in alto sopra le teste dei ragazzi campeggia beffarda su un muro la scritta: “l’avenir c’est nous”, “il futuro siamo noi”. Tra cartelloni pubblicitari che parafrasano “Scarface” e citazioni di “Taxi driver” e “Il cacciatore”, ci confrontiamo con i protagonisti, confuse anime perse, imbottite di illusioni e desideri infranti, costretti a misurarsi con un mondo in cui bisogna farsi rispettare e farsi giustizia, ma in cui proprio i concetti di rispetto e giustizia diventano ambigui e arbitrari, svuotati di senso.
Una scena chiave per capire il rapporto con la società benpensante vede i tre amici imbucati ad un vernissage e, poco dopo, buttati fuori perchè turbolenti e chiassosi. 00000004«È tutto a posto. Non c’è nessun morto e allora va tutto bene» urla Hubert rassicurando ironicamente l’elegante e pacato uomo che li invita con ipocrita gentilezza ad uscire e che, una volta chiusa la porta alle loro spalle, si giustifica con i suoi ospiti sospirando «il malessere della periferia». Messi al bando, emarginati, dimenticati in fretta, liquidati con poche parole come una forma di disagio sociale, estranea e indegna di attenzione, si ritrovano di nuovo in strada, l’unico posto disposto costantemente ad accoglierli, vagabondi allo sbando, senza una meta, senza un futuro. «Mi sento come una formica persa nello spazio intergalattico» dice ad un tratto Vinz. Una risibile nullità in volo attraverso l’ignoto. È questa la loro condizione nella società, che si ricorda della loro esistenza solo per pochi minuti nei servizi dei tg, montati da giornalisti affamati di scoop che si precipitano sui luoghi dei fatti con l’invadenza e la curiosità dei turisti allo zoo, con tanta voglia di guardare e nessuna di capire.
La presa di coscienza al termine della visione è sconcertante: emerge mostruosa l’indifferenza di una società che si volta dall’altra parte e si dimostra capace soltanto di scrollare le spalle e scuotere la testa indignata quando ode l’eco di uno sparo in lontananza. «L’odio chiama l’odio» ci urla Hubert, ma a noi arriva fioca la voce. Tanto che importa, fino a qui tutto bene.

Camilla Di Spirito

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