Milan Kundera – La vita è altrove

2 luglio 2016 di

Una poesia accade, appare sulla pagina vestita degli spazi e della metrica nella completezza della propria forma, opera d’arte dove i versi disegnano una costrizione per la norma occidentale della prosa. Ci si potrebbe certo chiedere in che misura tale prosa rappresenti una narrazione del sonetto e della canzone priva degli spazi ma un approfondimento del genere richiederebbe una competenza tecnica che lo scrivente teme di non possedere.

Il lettore di poesia vede dunque, letteralmente d’improvviso, quella strana pittura a singhiozzi, e la elabora sotto diversi aspetti: il primo ha figura di musica, le consonanti liquide battono incessanti contro il palato, la gola emette accenti sordi, pura melodia; il secondo è generato invece da un piano empirico per cui le parole hanno significato in accordo a una regola comune (un albero è un albero, vale a dire l’oggetto fisico albero declinato nelle sue migliaia di rappresentazioni); il terzo infine nasce dove le parole assumono vesti allusive, metaforiche (un albero non è più l’oggetto-albero ma descrive amaramente la caducità del vivere umano soggetto a stagioni irrinnovabili).

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Si combattono e coabitano a un tempo due esperienze: vita e poesia. Chi però mette in atto processi psichici e fisici per provare a eccellere in entrambe? Come per l’enigma della Sfinge la risposta non può che essere una: l’uomo vivente, che si dia il caso prenda il nome di poeta quando abbia l’ardire di sacrificarsi ai versi. Egli nasce già come poeta e cresce in accordo con lo spirito lirico per cui l’anima che gli si è edificata si presenta incapace di vivere sinceramente la propria esistenza politica, di appagare con coscienza l’anima al cospetto dell’istituzione. Jaromil, primo attore dell’opera, è vittima del suo lirismo, dell’esser stato generato come già <in-poesia>, bello e pronto per la scena poetica: il suo ideale pratico è nient’altro che un ripetersi irrequieto di parole altrui che pur quando coraggiose sono figlie di moti contingenti della passione che vestono di insincerità qualsiasi discorso. I gesti poi, i grandi gesti che dovrebbero secondo norma distinguere un ragazzino da un uomo, vengono alla luce dalla piccolezza dell’attimo, dal fuoco che voracemente è appiccato solo perché incontri al più presto un rapido soffocamento. Jaromil, innocente, si ritrova poeta apprezzato dentro la rivoluzione, incapace però di un’esistenza politica sincera; Xavier, invece, sua rappresentazione più che alter-ego, così lontano dall’arte proprio perché germinato da un’immaginazione in fuga, si libera alla vita e al tradimento di ogni valore per darsi al gioco continuo dell’esistenza. Lo spirito della vita, egli è però <altrove>, oltre il vivere stesso, oltre i socialismi e le coercizioni del potere, oltre persino la sua stessa esistenza fattiva. Egli abita sin dentro le viscere il mondo della sincerità, riscaldato dalla fiamma dell’ardore, mentre Jaromil, poverino, resta a congelare nella brutalità di un’anima piccola che vuole farsi grande sulle spalle della metrica. Il ragazzo che Kundera descrive è forse il più grande poeta della nazione, ma è certo un uomo mediocre che non conosce la vita.

Perché l’artista indossa uniforme di carnefice? Cosa si nasconde dietro il desiderio d’un atto, d’una azione? Forse le troppe dolcezze della madre, le influenze di un mentore? Forse semplicemente un’illusione dell’arte che non ha più respiro? Quesiti di tale gravità pone il narratore dietro un individuo macerato dalla colpa.

Cosa si cela dietro la mediocrità? A volte, la grandezza.

Milan Kundera – La vita è altrove. Traduzione italiana di Serena Vitale. Adelphi.

Antonio Iannone