Non al denaro non all’amore né al cielo: quando la musica diventa utile

11 gennaio 2017 di

Non al denaro non all’amore né al cielo è un capolavoro. Lo è perché non è semplicemente bello, ma perché, come lo definì Morgan in un’intervista, è utile. È un disco che serve a capire, a comprendere e a comprendersi, ad autodefinirsi, a cambiare. Lo disse lo stesso De André che questa opera è fatta di “virtù” ma soprattutto di “vizi”. Ma la virtù è statica e fine a se stessa, il vizio può solo migliorare. Un disco, dice il cantautore, “produttivo”. 
 
Ecco un album fuori dal comune, completamente concettuale, liberamente ispirato all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, tradotto in Italia dalla compianta Fernanda Pivano. Un testo decisamente ostico, tenebroso, folle, bellissimo. Un cimitero su una collina dell’Illinois si anima e ogni personaggio narra la propria versione dei fatti, senza rimorsi o qualcosa da perdere.  
De André sceglie dall’intera opera nove poesie e ne rielabora i testi, affidando le musiche a Nicola Piovani e Giuseppe Bentivoglio.  
 
La scrittura di Edgar Lee Master è a cavallo tra la prosa e la poesia. È in versi ma non declama, sfuma le personalità, come dei leggeri fuochi fatui che hanno ancora qualcosa da dire. Sono personaggi duri, un po’ nostalgici, ma di grande forza interiore. Senza paura e senza morale (perché i morti non hanno nulla da perdere) parlano di lotta, violenza, capitalismo, sentimenti.  
Ma De André è un poeta e un cantautore, ha bisogno di stimoli maggiori per trasmettere al suo pubblico un messaggio duraturo, una scultura mentale intaccabile. E allora i nomi scompaiono, Frank Drummer diventa “un matto”, Selah Lively “un giudice” a tanti altri ancora. Uomini senza nome, ma con una storia significativa. Quasi sembrano i Caratteri di Teofrasto, ma qui non si elencano difetti ed atteggiamenti. Non ci sono “tipi”, ma “storie” con cui fare i conti.  
Le parole diventano pietre, dove c’è rimpianto, il cantautore lo esaspera, la pazzia diventa un idillio.  Se si annida un rancore, De André lo esacerba. Un giudice basso di statura, corroso dalle prese in giro, metterà in ginocchio con la legge chiunque si sia burlato di lui. Un malato di cuore muore per l’unico momento d’amore della sua vita. Un medico buono, che cura gratis i propri clienti, ridotto in povertà e deriso da moglie e figli, truffa la gente con un “elisir di giovinezza”. Ancora un ottico, che sogna di creare occhiali per vedere al di là della realtà. Infine il Suonatore Jones, il povero, il musicista, il sereno, il suo status sociale non ha mai compromesso la sua integrità, la sua arte. L’unico morto in “un ridere rauco e ricordi tanti, e nemmeno un rimpianto”. 
 
Geniali le musiche di Nicola Piovani, il cui compito arduo era quello di dare al sonoro lo stesso carattere narrativo della parola. Impresa riuscita in maniera eccellente, grazie anche ai musicisti classici, rock, jazz che lo hanno affiancato nelle registrazioni. Uno degli album più complicati  da riprodurre dal vivo, che vanta però due riproduzioni successive alla pubblicazione del disco: quella della PFM insieme allo stesso De André e infine la completa rielaborazione di Marco Castoldi in arte Morgan, che con l’autorizzazione di Dori Ghezzi reinterpreta l’intero capolavoro. 
 
Forse De André è li, su quella collina, con le gambe incrociate, a guardarci. Forse ci saremo anche noi, saremo quegli “un”, senza un nome ma con ancora mille cose da raccontare.

 

Maria Vittoria Santoro

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