Piano industria 4.0: come svalutare il lavoro degli italiani

11 ottobre 2016 di

Sul sito del Governo è inserito in bella mostra il Piano industria 4.0 (I4.0), il quale consiste in una sorta di incentivo rivolto alle imprese straniere a investire nel belpaese. Il termine 4.0 starebbe ad indicare la quarta rivoluzione industriale, la quale ha come proposito il raggiungimento di una produzione basata per la maggior parte sull’utilizzo di macchine intelligenti, interconnesse tramite una connessione a internet. Gli obiettivi perseguiti (dichiarati dal Governo) sono quelli di incentivare gli investimenti privati, aumentare la spesa privata in Ricerca, Sviluppo e Innovazione e rafforzare la finanza a supporto di I4.0, Venture capital e start-up sulla scia di iniziative simili intraprese in Francia, USA e Germania.

Le maggiori imprese attive nella cyber-security e nella difesa iniziano a delineare un giudizio positivo sul Piano. Finmeccanica, Avio Aero, Dallara Automobili, Vitrociset ed Eit Digital tramite i loro manager hanno già espresso la loro soddisfazione. Una presentazione che fa pensare a un grandioso futuro per l’Italia, peccato per la palese svalutazione che viene praticata del lavoro degli italiani all’interno della brochure scritta dall’Italian Trade Agency, per conto del Ministero dello Sviluppo economico, spuntata nella cartella stampa distribuita all’evento di presentazione di Industria 4.0  tenutosi a Settembre a Milano.

Nella brochure si legge: l’Italia offre un livello di salari competitivo che cresce meno rispetto al resto della Unione Europea e una forza-lavoro altamente qualificata. Analisi che per alcuni potrebbe risultare criptica, ma che assume un significato palese dopo la seguente affermazione (sempre indicata nella suddetta brochure): Un ingegnere in Italia guadagna in media un salario di 38.500 euro, quando in altri paesi europei lo stesso profilo ne guadagna mediamente 48.800.

Ecco cosa dovrebbe spingere gli imprenditori stranieri a investire in Italia: il basso costo dei salari a parità di competenze e professionalità. Il lavoro degli italiani viene messo così alla mercé del miglior offerente, come un’asta di oggetti in cui conta solo il valore di mercato e non le potenzialità che le eccellenze italiane possono produrre (motivo per cui molte di queste eccellenze, a ben vedere, emigrano in Paesi che mettono in risalto le competenze e il merito). Non si potevano certo pubblicizzare l’oppressione del livello delle tasse sul lavoro e la burocrazia fiacca per incentivare gli investimenti in Italia, ma un basso salario fa sicuramente più gola a un operatore economico a tal fine.

La questione dovrebbe far riflettere e in un Paese in cui, a livello industriale, poco è rimasto di italiano, se è questo che i ‘nostri’ governanti pensano dei ‘loro’ governati, come possiamo pensare di essere valorizzati dagli ‘stranieri’?

Maria De Paola