Precario Diario: Oi ne’ e i venti di periferia

3 marzo 2016 di

“Se faccio un figlio lo chiamo precario” è il prodotto editoriale del lavoro partecipato del Collettivo Culturale Oi ne’ – Esperimenti Provinciali.
Ragazzi della periferia, studenti, precari, scrittori, blogger, giornalisti, insieme con l’intento di costruire una finestra dalla periferia per rilanciare le possibilità di un altro mondo o, semplicemente, un altro modo, un altro sguardo.
Otto racconti, otto testi inediti in forma diaristica che rappresentano la settimana precaria: dal lunedì al lunedì, come pedine del Monopoli si è costretti a ripassare dal Via!

se faccio un figlio lo chiamo precario oi ne'Un computer che si rompe – una bolletta non prevista – la chiusura del discount: “ho giusto mezz’ora per attraversare la città e fare la spesa prima che chiuda” – i treni e i bus e i lunedì mattina: “spero di riuscire ad arrivare in tempo a lavoro anche stamattina” – l’aria pesante e l’ansia congenita – il telefono che squilla/ il telefono scarico: “colpa di questa connessione che mi ruba tutta la batteria” – i vizi a cui badare: “il tabacco ce l’ho, le cartine pure, e l’accendino? Caspita ma l’avevo messo proprio qui, nella tasca destra”.
Tutto diventa importante, determinante, in un giorno come un altro, ad una fermata qualsiasi, che anche se lo prendi, il treno, resti fermo là dove l’hai aspettato, perché non conosce né andata e né ritorno, il treno.

E’ lunedì, alla fermata troviamo Salvatore che tasta le tasche dei suoi jeans alla ricerca ostinata dell’accendino che non troverà.
Di martedì Marco rincorre la sua idea di felicità tra i vicoli della città o è “La Città” che rincorre lui, d’altronde cede opere di ingegno e ciò lo legittima a correre e legittima il suo cellulare a squillare e squillare, ma magari tra un po’ si scarica, esausto.
Il Signor Fiorito festeggia i suoi 50 anni: metà secolo, nel bel mezzo della settimana, a metà tra quello che è diventato e quello che sarebbe potuto essere.
Ed eccolo, il giorno di Giove, divinità suprema, re di tutti gli dèi. Tra noi comuni mortali il Giove-dì è solo un giorno di trapasso, sospeso, inutile. Qualcuno è mai stato felice di giovedì?! Se pure è successo, non lo ricorderà.
Emanuele dal corpo esile sogna, e i suoi sogni prendono le sembianze di tutto quello che lo opprime. Sogna di trasportare un macigno, carico di tutte le cose da fare. Le elenca maniacalmente sulla sua agenda, scrive e cancella. Si sveglia negli spasmi, le gambe pesanti, vorrebbe rimanere a letto. Poi si alza e si riveste.
E’ sabato finalmente! E allora si esce a bere vino dal sapore sintetico aspettando la domenica, giorno del riposo, o forse no. E’ il preludio, è l’attesa. La certezza che un altro lunedì è vicino e tutto continuerà a scorrere nonostante tutto sembri fermo. Ho bevuto troppo ieri sera, mi serve un’aspirina.
Una sequenza ciclica, continua, che si ripete e si ripete nell’ implacabile monotonia delle nostre vite.

E poi ci sono Mariangela, Sara, Francesco, Carmine, Felice, che importa?
Nomi. Nomi di ragazzi. Nomi del Sud. Tutti un po’ precari, con le loro storie a metà, con le ansie e i macigni da portare, macigni di una generazione, di una società.
Otto giorni. Otto storie che raccontano quello che è più difficile da raccontare: la nostra quotidianità, quello che ci circonda, quello che ci sfiora e che ci soffoca. Quotidianità che fa sempre più rima con precarietà , cecità, oscurità, imparità, omertà.
Otto quanti sono i pianeti che ruotano intorno al Sole, instancabilmente, costretti a girare veloci pur di non collassarci sopra. Otto quanti sono i venti che soffiano in Italia: Ostro o Mezzogiorno è il vento che soffia da Sud ed è caldo e umido e portatore di piogge. Sì, ci vorrebbe più “Mezzogiorno”: quel vento che sorvola le nostre teste e infervora i nostri mari e che sfidiamo con la faccia fuori dal finestrino in quei pochi attimi in cui riusciamo ad essere ancora autentici; lo stesso vento che ci allontana quei tonfi di merda e di aria stagnante e di piombo che invadono le nostre narici e arrivano ai nostri polmoni e popolano le nostre strade, e rendono precari i nostri equilibri e irrigidiscono i nostri pensieri. Sì, ci vorrebbe più vento.

Ma hai mai guardato dove nascono i venti?
Forse i venti nascono nelle periferie, negli esperimenti provinciali, nelle parole, nei racconti, negli sguardi intensi e intermittenti, accecati o allucinati, dove la quotidianità riesce ancora a far rima con curiosità, identità, autenticità, comunità.
Perché fare esperimenti è roba da provinciali, perché è nelle province che si incontrano Periferia e Precarietà, è lì che sorgono muri, ed è lì che possono essere abbattuti.
Oi ne’ è un grido. Ti sveglia. Ti sollecita. Ti fa tornare coi piedi in terra. E guardare il reale.”

Alessandra Del Giorno

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