Referendum Jobs Act: per cosa si vota?

12 gennaio 2017 di

Era il 10 Dicembre 2014: la Legge Delega n.183/2014 (meglio conosciuta come “JobsAct“) acquisiva i requisiti necessari per la sua entrata in vigore.

Una grande contestazione il 12 Dicembre riempiva le piazze, sebbene non si potesse ancora toccare con mano il depauperamento dei diritti sociali a cui l’Italia si stava avviando. La Cgil denunciava la subalternità del Governo Renzi a Confindustria e ai poteri forti: con la legge di Stabilità 2015 erano stati previsti nuovi tagli alle risorse. I sindacati, d’altronde, erano anche, e soprattutto, allarmati per l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, in materia di reintegro a seguito di licenziamento ingiusto, tramite una ordinanza del giudice.
Già nel 2001 Berlusconi aveva avanzato una proposta simile: l’abolizione della norma per favorire libertà di licenziamento alle aziende oltre i 15 dipendenti; chiaramente per molti Renzi ha messo in pratica ciò in cui Berlusconi aveva fallito, sebbene, almeno in linea teorica, appartengano a due filoni ideologici abbastanza diversi.

Dopo appena 10 giorni vennero prodotte le cinque deleghe legislative, contenute nella legge, in materia di:  ammortizzatori sociali, servizi per il lavoro e politiche attive, semplificazione delle procedure e degli adempimenti, riordino della forme contrattuali e dell’attività ispettiva ed, infine, tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro.
A questi seguirono i decreti attuativi che concretizzavano:
– gli ammortizzatori sociali in caso di disoccupazione involontaria;
– i contratti a tutele crescenti;
– la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro;
– riordino dei contratti di lavoro e la disciplina delle mansioni;
– semplificazioni in materia di lavoro e pari opportunità;
– politiche attive;
– attività ispettiva in materia di lavoro e legislazione sociale;
– la riorganizzazione della disciplina degli ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro.

7Minuti (film)Ieri, 11 Dicembre 2017, si è tenuta l’udienza a porte chiuse della Corte Costituzionale sui tre quesiti proposti dalla Cgil e sottoscritti da 3 milioni di persone in tutta Italia: reintroduzione della reintegra in caso di licenziamento senza giusta causa e sua estensione alle imprese sopra i 5 addetti, voucher e norme che limitano la responsabilità in solido tra appaltatore e appaltante in caso di violazioni sul lavoratore.
Il primo tra questi è stato definito da alcuni “manipolativo” dall’Avvocatura dello Stato, che si è costituita in giudizio per sostenerne l’inammissibilità, in quanto non “abrogativo” ma “propositivo” (non richiedendo l’abolizione, bensì immaginando una disciplina diversa rispetto alla Legge Fornero e al Jobs Act); una tesi che si basa su un precedente, cioè l’introduzione, nel 1997, di tale differenziazione in materia di referendum abrogativo.

All’interno del Partito Democratico c’è grande fermento: qualcuno era a favore come Silvana Sciarra, che ha presentato la sua relazione la scorsa settimana, mentre era contrario Giuliano Amato. Proprio due giorni fa il ministro del lavoro Poletti dichiarava la necessità di una revisione dei voucher.

Come già anticipato, il primo quesito, il cuore pulsante delle proposta, è stato dichiarato non ammissibile dalla Corte Costituzionale. Susanna Camusso, segretario Cgil, ha dichiarato:

“Continueremo la nostra iniziativa contrattuale e valuteremo di ricorrere alla Corte Europea, perché siamo convinti di aver rispettato le regole.”

In attesa del voto, programmato per il 15 Aprile e per il 15 Giugno, vengono già formulate le prime ipotesi: la prima, una delle più accreditate, riguarda il voto anticipato delle prossime amministrative, che sospenderebbe i referendum, e la seconda è l’inizio di un lavoro mirato in commissione parlamentare, che renderebbe vano il voto popolare.

Nel frattempo, parte già da oggi la campagna per il Sì.

                                                                                                                                                                                                                           Sara C. Santoriello

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