Stagioni Diverse: Stephen King tra sogno e orrore quotidiano

31 agosto 2016 di

Non ispira ormai alcuno scalpore la difesa del nome Stephen King, da anni non più malconsiderato dalla critica di intellettuali che sembra fuggire qualsiasi idea di racconto organico, spesso accusato, oltre che di troppa popolarità (come se la grandezza di uno scrittore fosse inversamente proporzionale al numero di copie vendute) della più grande colpa di cui possano macchiarsi le mani di un narratore: lo stacanovismo che lo porta a pubblicare quasi un romanzo per anno. A dire il vero King, insieme forse solo a Woody Allen, è l’unico autore a cui, pur quando si tessono le lodi, bisogna imputare il difetto dell’abbondanza di pubblicazioni. Ebbene, che cadano certe insinuazioni e si riscopra pure l’opera kingiana catturata nell’originalità di racconto più autentico. Resiste, nel macinare chilometri, questa macchina infernale (e il riferimento è al romanzo Christine) oppure sputacchia in un rantolo le ultime briciole di energia per fermarsi del tutto? Nient’affatto, anzi: spogliata di ogni dietrologia critica, l’opera dello scrittore del Maine risulta ancor più degna di nota.

Che la sua pubblicazione di più grande peso abbia per titolo un solo pronome personale è quasi un paradosso: IT, due lettere vicine e più di un migliaio di pagine in quell’aggrovigliarsi di fatalità e decisioni che affollano la crescita. Sette ragazzini, il Club dei Perdenti, si ritrovano contro l’essenza pura del Male che li accompagnerà per l’intera vita da adulti, dove forti del loro primo successo dovranno affrontare ancora una volta il conflitto in cui sembrava avessero trionfato e che ora hanno smarrito nell’oblio della memoria. Il male non è mai dimenticato, soprattutto quello che ha richiesto un conato della crescita, come un salto verso la maturità. I sette non hanno fatto altro che saltare avanti nel tempo costringendosi a scoprirsi adulti (da qualsiasi punto di vista, persino quello sessuale, così ricercato eppure fuggito) e trent’anni dopo potranno solamente percorrere all’indietro, verso il ricordo, quella via già battuta. Faticoso, poiché se l’avvenire può essere immaginato, il tempo passato è costantemente inibito dagli ostacoli della memoria. Non è accidentale dunque questo pur breve accenno a IT quando bisogna discorrere di Stagioni Diverse.

download

Quattro romanzi brevi, quattro racconti autentici attraverso cui l’orrore, osservato dagli occhi del quotidiano, appare non ancora come l’entità sovrannaturale capace di assumere il corpo stesso della paura, ma abita nel seno di un’America la cui corsa verso l’edonismo si realizza sempre più spietata. Un prigioniero apre per anni una via di fuga nel muro della prigione di Shawshank coprendolo con alcuni poster di giovani attrici; un ragazzino scopre nella persona dell’anziano vicino un gerarca nazista; un gruppo di quattro perdenti, alle soglie dell’ultima estate prima delle superiori, attraversa la città per osservare il corpo esanime di un coetaneo vittima di un incidente; un medico descrive la tenacia di una madre colorata di non poche pennellate d’orrore. Questi i paesaggi tematici delle quattro novelle. Semplici, forse, luoghi meno che ameni, eppure capaci di un’anima particolare.

E’ il racconto, in verità, la maggiore delle scene attraverso cui alle storie è dato d’aver luogo. Non sono forse un racconto del detenuto Red la pazienza e l’evasione di Andy Dufresne? Così l’avventura verso l’età adulta dei quattro sprovveduti, un racconto anzi sviluppato da ulteriori narrazioni intestine, di cui il protagonista, scrittore affermato, si serve per lasciare che il sé stesso non ancora adolescente appaia in ciò che meglio sembra rappresentarlo: la capacità di raccontare. Ancora una narrazione l’ultima novella, la più breve, ancora di livello doppio, dove il narratore può solo trascrivere quel racconto agghiacciante udito dalla bocca di un medico nei luoghi un ritrovo per anziani facoltosi. King come Sade, insomma, se si vuole descrivere il lavoro del marchese come una grande e terribile narrazione.

E l’orrore, dunque? Appare, certo, non d’improvviso ma lentamente per lasciar generare l’angoscia nel petto del lettore, in due luoghi dell’opera: il quotidiano e il sogno. Due modalità ben distinte. Se nella veglia, infatti, ciò che spaventa è l’assoluta corporeità degli avvenimenti, è nel sogno che si costituisce il sovrannaturale cui può attingere la storia. Il sogno è una realtà senza oggetto in cui la coerenza è decostruita. Il protagonista di ‘Un ragazzo sveglio’ si scopre, sognando, allievo del gerarca nell’atto di violentare una ragazza: peggio, si scopre appagato da quella violenza

Come comportarsi, dunque, invece che provare a difendere con legami vuoti l’opera di King? Non ne abbiano i lettori, il consiglio è poco originale: scoprirla.

Antonio Iannone