The Hateful Eight

25 febbraio 2016 di

L’algida fotografia di un inverno di poco successivo alla Guerra Civile Americana illumina con i propri toni d’azzurro il ritratto di otto maschere western, personaggi tipici del genere in continuo equilibrio tra la realtà del racconto e la finzione del ruolo. Disperso nella neve più profonda, poco prima di una bufera che rappresenterà il più importante espediente per la narrazione, il maggiore Warren si imbatte, per un caso fortuito, in una carovana che trasporta verso l’Emporio di Minnie, oltre al cocchiere O.B. Jackson, il cacciatore di taglie John Ruth detto Il Boia insieme alla prigioniera Daisy Domergue, pronta per l’impiccagione nella prossima città di Red Rock; un altro uomo si unirà ai quattro, il nuovo sceriffo della città, Chris Mannix, figlio del capo di una banda chiamata i Manigoldi di Mannix. Da subito molto tesi i rapporti fra i personaggi sono destinati a complicarsi alla meta, già occupata da quattro pittoreschi avventori: il custode cui Minnie sembra aver affidato il locale in propria assenza, Bob il Messicano; un mandriano di nome Joe Gage, intento a scrivere la propria biografia; il boia di Red Rock, Oswaldo Mobray, sorannominato Il piccolo uomo e il generale a riposo Sanford Smithers.

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The Hateful Eight, Il nuovo film di Quentin Tarantino, torna a camminare sui toni pulp di Jackie Brown facendo tesoro di alcuni elementi western già ben sceneggiati nel precedente Django Unchained, come il conflitto razziale e più in generale la totale disuguaglianza sociale insieme al concetto stesso di giustizia. Ancora una volta suddivisa in capitoli, l’opera si presenta nient’affatto manierista – accusa che, piuttosto, avrebbe potuto essere rivolta al precedente lavoro del regista- alternando lunghe sequenze dialogate e vestite da una sorta di impasse narrativo, forse immagine speculare della stessa impossibilità di venir fuori dal labirinto carcerario cui sono soggetti i protagonisti- a colpi e scossoni tipici del cinema pulp che ben si destreggiano fra lo splatter e il post-moderno dove una scrittura dialogica al proprio meglio traduce la forza di certe immagini crude e al tempo stesso grottesche. Certo, il più logico contrasto risulta però quello tra realtà e recitazione, ispirato alle omonime dinamiche di cui già scriveva Agatha Christie in Dieci Piccoli Indiani, come in un gioco di parti assegnate, per citare i Sei Personaggi di Pirandello. Il finale è dunque ancor più rivoluzionario che originale: il costume diviene guasto, inverosimile, e maschere lasciano spazio ad altre maschere, doppi sé, di certo meno accoglienti e benevoli. La regia vive di autoriferimenti e marchi di fabbrica tenendosi frenata nelle battute iniziali per esplodere, così come la violenza e la narrazione stessa, nei punti nevralgici che accompagnano senza quiete alcuna lo spettatore alla conclusione, ultima fermata conchiusa in sé stessa, finalmente pacifica.

Candidato all’Oscar per le musiche nervose di Ennio Morricone, con cui Tarantino aveva già collaborato in minima parte per Django Unchained, quest’ultima fatica si presenta come un film sul conflitto e sulla menzogna, non un semplice crescendo, ma un vero e proprio percorso nella bufera dell’ostilità di cui non si contano, seppure forse inconsci, i sottotesti politici e meta-artistici.

Antonio Iannone