Tirannidi della maggioranza: da Tocqueville al ddl Cirinnà

12 dicembre 2015 di

Tirannidi della maggioranza TocquevilleGiovane e senza più la classe sociale che era stata casa sua fino a qualche anno prima, durante il periodo della Monarchia di Luglio sotto il re borghese Luigi Filippo D’Orleans, il ventiseienne Alexis De Tocqueville si ritrova nel nuovo mondo americano per un trattato sul sistema penitenziario del paese dove, più interessato all’umanità polimorfa che ne governa l’animo e incuriosito dalla figura del nuovo mercante divenutone imperatore assoluto, pone inizio alla propria opera De la démocratie en Amérique, divisa in due volumi ben distinti, il primo edito nel 1735 e il secondo nel 1740. Visibilmente strabico e lontano (in accordo con la propria classe d’appartenenza) da certo giacobinismo onnidistruttivo, l’autore osserva l’America per compiere attività pedagogica nei confronti della Francia, veste i panni del turista – seppur di lettere, seppur aristocratico- per insinuarsi bieco dentro un paese sconosciuto e studiarne l’istituzione dello stato prima e dell’animo poi, al fine di cambiare il proprio volto con quello d’un ladro di valori per la propria nazione natale. Di cosa si accorge, però? Che l’imperfezione degli americani, alcuni tratti oscuri del loro carattere eminentemente democratico sono mescolati ad altri elementi che in qualche modo li mitigano, li ingrigiscono fino a renderli quasi innocui, mentre nella cara, cortese Francia post-rivoluzionaria il fuoco di essi era stato soffocato in prima istanza dalla corona – come scrive lo stesso filosofo nel saggio L’Ancien Régime et la Révolution – e in seconda dall’insurrezione delle masse che portavano il volto butterato di Robespierre.

Democrazia e tirannide del popolo, di una maggioranza socio-istituzionale di esso che tutto anela per sé dove una corona di spaventevoli dimensioni cinge il capo del pensiero maggioritario. Essa impera, condanna, costituisce precedenti in sede giurisdizionale ed erige totem a sé stessa dentro cui migliaia di uomini bassi, ominicchi tutto sommato mediocri si abbracciano in verticale e raggiungono il cielo. La maggioranza si fa portatrice di qualsiasi scelta politica senza alcuna forma regia e tanto più la si guarda quanto più essa risulta sfregiata, costituita da migliaia di schegge riflettenti in cui ognuno edifica per sé una società identica a quella dell’altro. Ma di certe tirannidi bisogna che si parli anche in ambiti contemporanei.

Molto travagliata l’epopea ancora irrisolta dell’istituzione di diritti civili tra coppie dello stesso sesso. Immancabilmente contratti in acronimi quantomeno buffi (PACS, CUF e un sempre musicale DiDoRè) tali diritti sono di anno in anno presentati, ben vestiti di civiltà e serviti al pubblico come fenomeni da baraccone per poi esser subito espulsi all’occorrenza. Essi compongono numeri fuggevoli, si perdono tra le miriadi di opinioni e riscritture per divenire cenere o poco più dopo qualche mese dal loro annuncio, speranze fallaci e illusorie che sono istillate negli animi dei soggetti protagonisti e subito soffocate, considerate anticulturali. E’ Marzo 2015 quando la commissione di Giustizia del Senato approva il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili dopo che il neopremier Matteo Renzi si era detto molto interessato all’argomento, ma gli interessi non conoscono, probabilmente, i tempi e le relazioni da mantenere in una giusta politica e dopo mesi di revisioni, lotte intestine, cavilli semantici tutto è ancora privo di movimento. La questione risulta, però, un’altra.

Posto che la politica sia luogo dei select men cui era affidato il nuovo governo americano durante il periodo della prima costituzione; posto che i diritti richiesti a gran voce vengano immediatamente annoverati come inviolabili (dove la contingenza parlamentare costituisce la possibilità alla civiltà); posto ancora che si raggiunga una tale accettazione della questione che approdi verso (per troppo tempo) nuove strutture giuridiche, vivrebbe, come un tarlo sordido nel fondo dell’accettazione, una questione comunque spinosa: dove Tocqueville adombrava dentro l’assetto sociale americano una tirannide democratica, così nell’Italia dei governi senza ideali – opinioni, almeno- vivrebbe in ogni caso la legislazione del pensiero maggioritario, una legge lontana dalla carta stampata e per questo ancor più bisognosa d’affermazione. Chi impedirebbe, a legge compiuta, a tale maggioranza di allontanare coppie non gradite dai luoghi pubblici, condannare effusioni non gradite, picchiare a morte l’ennesimo ragazzino considerato effemminato o lasciare che si ammazzi perché incapace di sostenere ancora le solite, disgustose punture della lingua cattiva?

Difficile da accettare è l’istituzione quando si allontana dal desiderio, seppur demoniaco, dei suoi cittadini.

Antonio Iannone