Unisa: la Campania accoglie (?)

16 giugno 2017 di

Accogliere, ricevere. “Prendere” un individuo da una stazione di transito e portarlo con sé in un luogo sicuro. O più semplicemente aprire le porte, lasciare che ti raggiunga, ma farti trovare pronto: non come in attesa di un ospite da trattare con riguardo, bensì con la consapevolezza -perché qualche volta basterebbe quella- di avere a che fare con un altro essere umano. Accoglienza è la parola chiave di questa epoca, fatta di migrazioni, spostamenti, difficoltà. È la sfida di un paese – ma anche di un continente- che deve rispondere alla cosiddetta “emergenza”.

Campania accoglie

Gennaro Avallone e Yasmine Accardo

L’incontro “La Campania accoglie. Contro razzismo e fascismo”, organizzato dal professore di Sociologia Urbana Gennaro Avallone e tenutosi ieri 15 giugno presso l’Università degli Studi di Salerno, ha fornito al pubblico un prospetto di come la Campania e in generale l’Italia accoglie i migranti nei propri centri. A fare da cornice, la mostra fotografica organizzata per la Società Cooperativa Aries Onlus da Eugenio Mastrovito, portavoce della comunità musulmana di Battipaglia. Il nome dell’esposizione è “Cose da non credere”, una serie di immagini ironiche sui luoghi comuni che la collettività riversa sui migranti: dallo smartphone alla connessione internet, dal presunto “furto di donne” alle bugie sulle loro fughe dalla guerra.

Nell’aula Foa di Scienze Politiche quei miti sono stati sfatati tutti, e non solo attraverso le immagini e le relative didascalie. Dopo l’introduzione di Yasmine Accardo, realtà locali come EX OPG occupato – Je so pazz di Napoli, Associazione Senegalesi di Salerno, Atletico Brigante, Spazio Pueblo e tante altre organizzazioni e singoli hanno descritto la reale situazione di CAS e SPRAR in Campania e, salvo qualche rara ma significativa testimonianza di esperienze in cui l’accoglienza funziona, gli interventi che si sono susseguiti hanno dipinto un quadro estremamente triste, in cui chi sbarca altro non è che merce da collocare attraverso bandi e macabre aste a ribasso.

Il soggetto che migra, spesso inconsapevole del posto in cui arriverà, è completamente avulso da qualsiasi contesto sociale: niente dialogo o rapporto umano. Gli operatori nei centri non sempre sono qualificati, non sempre conoscono la lingua, i dialetti, le sfumature culturali. Per quanto volenterosi, poi, sono spesso obbligati dal sistema a comportarsi come guardie carcerarie, a controllare che vengano rispettate le regole, a prestarsi ad un lavoro sempre più burocratico e sempre meno sociale. In molti centri vengono negate assistenza medica e assistenza legale. Niente medicine per patologie gravissime, niente documenti e nessuno che aiuti ad ottenerli. Impossibile telefonare, mettersi in contatto con i propri cari, chiedere la qualsiasi. Uomini “parcheggiati” nelle proprie camere, che sopravvivono senza vivere. Considerati dei soggetti “ad alto rischio”, basta un piede fuori il proprio perimetro e vengono richiamati all’attenti. È sufficiente che vadano a dormire tardi, rivendicando il solo e banale diritto di poter decidere dei propri tempi. Una lamentela ed è subito polemica: “rifiutano il nostro cibo” e nessuno si chiede cosa gli sia stato dato da mangiare, per quanto tempo, se la loro salute ne abbia risentito; “vogliono il wifi” e a nessuno importa che internet rappresenti il solo mezzo di comunicazione con tutto quello che si è dovuto lasciare. La disinformazione gioca la sua parte, dai lidi in cui si vive in minuscole cabine sul mare, spacciati dai giornali per hotel di lusso, fino ai 35 euro al giorno di cui ogni migrante, in realtà, percepisce solo 2 euro, sempre che gli vengano erogati davvero.

“Dovreste chiedere a noi quello di cui abbiamo bisogno, non decidere per noi. Dov’è la democrazia -si chiedono i migranti presenti all’Unisa- se nessuno ci interpella?” Cresce allora la coscienza critica di chi arriva sprovveduto nel nostro paese, uno stato che in maniera sistematica delude ogni aspettativa. “Dov’è la democrazia?” resta una domanda senza risposta.

Valentina Comiato, Maria Vittoria Santoro