Unisa: la polvere sotto il tappeto

23 giugno 2017 di

È una lancetta veloce quella che scandisce i minuti nell’orologio delle addette alle pulizie dell’Università degli Studi di Salerno. Ticchetta con insistenza, e per andarle dietro il respiro si affanna, le gambe accelerano tra i corridoi, le mani muovono rapide le scope, le dita fanno pressione con gli stracci. Ciascun’operaia deve pulire il suo reparto “a regola d’arte”, cita il capitolato. D’altronde è sempre del primo Ateneo del Sud Italia che stiamo parlando: è importante che gli ambienti siano salubri e le superfici splendenti quanto gli occhiali da sole a specchio del Magnifico.

Un angolo del nuovo spogliatoio delle addette alle pulizie dell'Unisa

Un angolo del nuovo spogliatoio delle addette alle pulizie dell’Unisa

È sempre stata veloce quella lancetta, ma da una settimana a questa parte lo è un po’ di più. Ticchetta con insistenza maggiore da quando alle addette alle pulizie è stato assegnato uno spogliatoio. Dopo 35 anni passati a cambiarsi nei sottoscala o nei bagni, finalmente un luogo dove riporre le proprie cose; un posto da adibire, perché no, all’incontro e al confronto tra i singoli; uno spazio in cui rivendicare la propria esistenza e il proprio peso specifico all’interno del campus in quanto gruppo al pari di studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo. È la conquista di un diritto e nessuno lo mette in dubbio, se non fosse che i diritti non dovrebbero, almeno teoricamente parlando, costituire merce di baratto.

Il nuovo spogliatoio delle addette alle pulizie è collocato nei pressi della Posta e della Banca, nell’edificio M1, decisamente fuorimano rispetto alla maggior parte dei reparti in cui le lavoratrici svolgono la loro attività. La distanza da percorrere, rigorosamente a piedi, richiede tra i 15 e i 20 minuti all’inizio e alla fine di ogni turno. Le operaie più anziane, chiaramente, impiegano il doppio del tempo. La stessa distanza va coperta tanto in estate quanto in inverno e la divisa non comprende cappelli, giubbotti né ombrelli. Utilizzare i propri indumenti, poi, significherebbe portarli in giro per l’Unisa tutto il tempo nello stesso carrello con immondizia e detersivi. Il problema pratico, inoltre, si riflette in una questione tecnica ancora poco chiara: le lavoratrici sono tenute a firmare all’inizio e alla fine della loro attività lavorativa. Con il nuovo tragitto da compiere sono autorizzate a posticipare la firma di ingresso e anticipare quella di uscita o sono obbligate a prolungare la loro permanenza sul luogo di lavoro? Nel primo caso resta la difficoltà della pulizia “a regola d’arte” venendo meno il tempo necessario; nel secondo, l’Unisa si fa protagonista dell’ennesima ingiustizia trattenendo le addette alle pulizie ben oltre il consentito.

Si può accettare tutto questo in nome di “un luogo dove riporre le proprie cose; un posto da adibire, perché no, all’incontro e al confronto tra i singoli”? Forse si potrebbe, se solo non si guardasse quello spogliatoio: l’edificio è piccolo, e le finestre sono blindate, le operaie lamentano cattivo odore e armadietti poco sicuri. Niente a che vedere con l’utopia di “uno spazio in cui rivendicare la propria esistenza e il proprio peso specifico all’interno del campus in quanto gruppo al pari di studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo”. Un diritto, quello dello spogliatoio, barattato con l’accelerazione delle lancette e non solo. L’Unisa, ancora una volta, chiede di lucidare le superfici per nascondere la polvere sotto il tappeto. Nel nuovo spogliatoio, in realtà, non c’è neanche quello.

Valentina Comiato

PER APPROFONDIRE:
Guarda il video degli spogliatoi
La protesta degli addetti alle pulizie in un’infografica