Unisa: “mangime per l’Ateneo” attraverso la poesia di Xu Lizhi

7 aprile 2017 di

Cosa sappiamo di preciso sul funzionamento delle dinamiche lavorative all’interno dell’Ateneo, sui ritmi di lavoro,  sulle condizioni di vita, sui salari? L’impiego dei nuovi regimi di appalto non ha intensificato lo sfruttamento della forza lavoro? L’abbassamento dei costi di gestione dei servizi ci riporta alla nota tendenza, agli albori della civiltà industriale, di esercitare massimamente il dominio di “classe”.  Il regime lo stesso regime di oppressione tipico di una classe dominante nei confronti di una classe proletaria, operaia o working class, come la si preferisce definire è lo stesso.

“Ma poco importa. La vita dell’operaio è una merce deprezzata”

Sulla quarta di copertina del testo “Mangime per macchine”, raccolta poetica di Xu Lizhi, si legge che non si tratta di una storia inventata, ma della storia vera di un operaio morto suicida. Sempre sulla quarta (in genere si comincia la lettura dall’introduzione di un testo, a volte però  è dalla fine che bisogna cominciare), vi è una sorta di invito a vedere, o meglio ad imparare a guardare. L’Ateneo dovrebbe imparare a osservare il campus che lo circonda o per lo meno non fare finta di non sapere che c’è un conflitto.

Conflitto 

Tutti dicono
che sono un ragazzo di poche parole
e non lo nego
ma in verità
che io parli o meno
sarò sempre in conflitto  con questa società.

Xu  Lizhi, 7 giugno 2013

La società, la città, la comunità,  il campus. Il mio conflitto è qui ed ora. Il campus-classe dominante ed io proletaria che devo piegarmi al cospetto di esso. Ma non basta: vedo i colleghi piegarsi anche ad altri domini, domini radicatisi nel tempo, forse anche inconsapevolmente, in un sistema che vede in primis l’Ateneo con la Fondazione e la politica del luogo, a cui si aggiunge il dominio dell’azienda e quella dei sindacati e, scendendo ancor più giù, nelle gerarchie dettate dai ruoli e dalle mansioni dei colleghi stessi, che elencati così, in ordine quasi sistematico, spaventa anche me.

Ci hanno addestrati ad essere docili, non sappiamo gridare né ribellarci, forse ci lamentiamo, ma non denunciamo. Ci siamo addormentati.

Mi addormento, proprio, cosi, in piedi.

La carta davanti ai miei occhi ingiallisce
Con un pennino d’acciaio la  incido su di essa del nero irregolare
Piena di parole come officina,catena di montaggio, macchina, libretto di lavoro, straordinari,
salari …
Mi hanno addestrato a diventare docile
Non so come gridare o ribellarmi
Come lamentarmi o denunciare
So solo come sfinirmi  in silenzio
Quando ho messo piede per la prima volta in questo posto
Speravo solo che la grigia busta paga

il dieci di ogni mese,
potesse donarmi un po’ di conforto
Per questo ho dovuto smussare gli angoli e le mie parole
Rifiutare di saltare il lavoro, rifiutare le assenze per malattia,

rifiutare il permesso per questioni  private

rifiutare di arrivare in ritardo, rifiutare di andare via prima
alla catena di montaggio rigido come il ferro, le mani che volano come ali,
Quanti giorni, quante notti
E’ proprio così che mi sono addormentato in piedi?

Xu Lizhi, 20 agosto 2011

Non voglio essere Xu Lizhi, sono spaventata, è vero, ma non voglio addormentarmi, voglio cambiarmi e cambiare. Se  si vuole cambiare gli altri bisogna cambiare prima se stessi. Un po’ come quando si vuole recuperare una città, per darle un nuovo aspetto si deve cominciare dalle buche sull’asfalto.

Siamo operai, siamo le buche del campus, non copriteci con una pala di asfalto, un  rattoppo e via. Ricostruiamo un manto stradale nuovo.

Angela Santorelli
addetta alle pulizie dell’Università degli Studi di Salerno