La voce di Charlot: le parole di un’addetta alle pulizie

25 marzo 2017 di

L’emotività sentimentale e il malinconico disincanto di fronte alla spietatezza e alle ingiustizie della società moderna fecero di Charlot l’emblema dell’alienazione umana – in particolare delle classi sociali più emarginate – nell’era del progresso economico e industriale. Oggi come allora 150 piccoli Charlot (Charlie Chaplin, in Tempi moderni, 1936), operai addetti alle pulizie dell’Università di Salerno, sono stati ridimensionati e confinati in uno stato di precarietà e di alienazione assoluta. Confidavano nella garanzia dell’art. 2112, il mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento d’azienda, ma con una ratio secondo cui dovevano restare assolutamente neutri ed indifferenti al mutamento nella titolarità dell’azienda, mantenendo inalterata la propria posizione lavorativa.

Le cose ovviamente non sono andate così, il tanto decantato Ateneo si è trasformato in un capitalista predatorio che, aiutato da legislatori compiacenti, ha utilizzato tutti gli spazi offerti dalle normative esistenti per operare comprimendo il più possibile i diritti degli operai. Forse anche per la volontà di liberarsi di un gruppo di lavoratori considerati eccedentari, senza ricorrere alla procedura dei licenziamenti collettivi, più lunga, onerosa e con un penetrante coinvolgimento sindacale. Dalla nascita dell’università di Salerno ad oggi gli addetti alle pulizie hanno vissuto in un periodo di “stallo”: non è stata fatta nessuna lotta, alcuna mobilitazione o semplice richiesta di superamento di quelle che erano le situazioni lavorative del personale addetto alle pulizie. Nessuno si era mai posto il problema delle differenze!
Differenze intese come numero di ore lavorate e/o sulle varie forme di contratto. Esiste un oggettivo squilibrio fra i due sessi: la maggior parte dei lavoratori è di sesso femminile, ma considerando che nel corso di questi anni non sono state assunte solo donne ma anche uomini possiamo dire che sono state negate pari opportunità “lavorative”, per così dire, tant’è vero che anche tra i lavoratori “uomini” ci sono differenze sulle ore contrattuali. Ancora oggi, dopo molti anni, con il nuovo “regime” di appalto, l’azienda che gestisce i servizi per conto dell’Ateneo tende a prendere in considerazione solo la situazione di poche persone rispetto a tutte le altre unità lavorative continuando sempre sulla linea di una divisione/differenza di queste. Unità, infatti, non persone! Unità suddivise in blocchi da 15 ore, da 17 ore, da 20 ore e da 30 ore.  Questi blocchi, tali resteranno, fino a quando l’azienda di turno, i sindacati gli enti e i lavoratori stessi non prenderanno coscienza di un sistema sbagliato e controproducente.

L’azienda si limita alla gestione amministrativa del lavoratore, senza una reale organizzazione della prestazione lavorativa, la quale non può essere “ottimale” se all’operaio mancano i presupposti che garantiscono una retribuzione dignitosa. La prestazione diventa dunque controproducente anche a livello sociale perché non favorisce l’aggregazione tra gruppi. I lavoratori si suddividono in tanti piccoli “blocchi” che tendono ad alienarsi e/o ancora peggio a disgregarsi in singole unità, singoli Charlot  sempre più soli, malinconici e disperati. Ciò è controproducente anche per l’azienda, o meglio per l’Ateneo, sotto l’aspetto produttivo/qualitativo, in quanto i lavoratori stessi hanno perso il senso di appartenenza al campus universitario, non più luogo che garantisca sicurezza economica e protezione bensì causa del proprio singolo e personale disagio.

Su un recente articolo di giornale si evidenziava la presenza sempre più residua di una classe media e/o operaia  che “faccia da propulsione allo sviluppo economico del tessuto urbano, dal consumo agli investimenti”, prendendo ad esempio i dati numerici in base al reddito dichiarato. Si può parlare di classe media tenendo in considerazione solo ed esclusivamente numeri o parametri economici? Se l’Università decide di ridimensionare i servizi, ridimensionare le persone, considerandole solo unità che tengono in ordine una struttura, quale crescita umana e culturale, quale sviluppo economico futuro ci si prospetta? Stiamo dimenticando che non siamo numeri o dati o parametri, ma individui il cui indicatore ISEE o il 730 possono modificarsi da un momento all’altro, a volte non per scelta.“Bisogna proprio che la vita sociale sia corrotta fino al midollo se gli operai si sentono a casa loro in fabbrica quando scioperano e ci si sentono estranei quando lavorano, dovrebbe essere vero il contrario”, sosteneva la filosofa francese Simone Weil, e forse è proprio da questo punto che nasce la mobilitazione degli addetti alle pulizie. Non abbiamo scelto di essere ridimensionati, non abbiamo scelto di essere sottopagati, non abbiamo scelto di essere relegati in una “low middle class”, ma siamo stati costretti.

La voglia di uno sciopero, di una manifestazione di dissenso, di una rivalsa sulla costrizione all’accettazione di una nuova tipologia di contratto, la rabbia nei confronti dei sindacati, che ancora oggi riteniamo corresponsabili insieme all’ateneo dell’Università di Salerno, ha fatto nascere pian piano nei lavoratori una presa di posizione, quasi una sorta di rifiuto a qualsiasi compromesso che ci viene propinato, che rasentano l’elemosina, allo scopo evidente di  mettere a tacere la vergognosa situazione in cui dal primo luglio ad oggi viviamo. La mobilitazione autonoma dei lavoratori è cresciuta sempre di più nel corso di questi mesi ed è riuscita ad indire una conferenza stampa. In questa conferenza gli operai delle pulizie hanno chiesto il ripristino delle condizioni precedenti all’appalto in vigore al fine di garantire lo svolgimento del servizio secondo gli standard adeguati e condizioni occupazionali che rispettino la dignità del lavoro; di superare il sistema di appalti in vigore, superare il regime della esternalizzazione dei servizi essenziali vigente nell’Università di Salerno; di abbandonare le differenze contrattuali discriminanti tra il personale  suddiviso in “blocchi” e giungere a una più equa distribuzione del monte ore nel rispetto di una pari opportunità, non solo lavorativa ma soprattutto sessuale.

Oggi Charlot ha detto basta e vuole “Pane e Rose”.

Una presa di “coscienza di classe” o una volontà di riappropriazione dei luoghi di appartenenza? Personalmente la definisco una “coscienza di appartenenza”, appartenenza a una comunità, una comunità che nella sua mobilitazione si è vista affiancata dalle associazioni studentesche, dai ricercatori, dai  docenti. Una comunità che ha preso coscienza che una riduzione dei servizi e della cultura, compromette per i più giovani il diritto allo studio, non consente alla ricerca italiana di essere competitività a livello europeo, non consente ai ricercatori di usufruire di contratti di lavoro dignitosi, non consente ai lavoratori un salario dignitoso. Una comunità che non vuole essere smantellata a causa di un progetto politico di stampo neo-liberista che trasforma un luogo di cultura in un’azienda che produce profitti, contando sui numeri, dimenticandosi degli individui.

                                                  Angela Santorelli
Operaia presso l’Università degli studi di Salerno