Voucher: un disagio sociale

8 gennaio 2017 di

In una società complessa e articolata come la nostra non sono affatto sporadici i temi di politica nazionale in cui il mondo economico si misura fino a fondersi e confondersi con quello sociale, al punto da risultare impossibile una netta separazione tra i due. Il tema dei Voucher, il più discusso tra quelli che il 2017 ha ereditato dal passato italiano, si inserisce perfettamente in questa forte spirale dove un problema prettamente economico nasconde e oscura quello che sembra essere un campanello d’allarme di un profondo e rannicchiato disagio sociale.

I voucher, anglicismo entrato nel lessico italiano attraverso quelli più noti delle agenzie di viaggio, sono stati introdotti nel sistema italiano come buoni-lavoro durante il II Governo Berlusconi che ne ha previsto un’embrionale disciplina attraverso la Legge Biagi (d.lgs n. 276 del 2003), individuati come mezzi di remunerazione per “Prestazioni occasionali di tipo accessorio rese da particolari soggetti”, dove i soggetti-lavoratori possono essere studenti, pensionati, neolaureati o lavoratori in mobilità; e  le prestazioni occasionali tipizzate, ossia previste tutte tassativamente dalla legge, possono consistere in piccoli lavori domestici, assistenza domiciliare, insegnamento privato supplementare, attività agricole o lavori prestati durante le vacanze da studenti.

Alla base di questa nuova disciplina si muove la volontà di regolamentare quei lavori che per la loro natura occasionale e accessoria di prestazione sfuggono ad una tutela di tipo contrattuale  e che per tale ragione solitamente, non conoscendo altra modalità di pagamento, vengono ricompensati in nero. È soltanto negli anni successivi, tuttavia,  che la disciplina trova definitiva attuazione, precisamente quando i voucher vengono impiegati per la prima volta in occasione della vendemmia dell’annata 2008. Da allora il sistema previsto ha subito delle importanti modifiche, tutte dirette ad ampliarne il raggio d’azione.

Dapprima è stata liberalizzata la prestazione che,  non essendo più tipizzata, estende l’autonomia dei privati nell’individuazione di prestazioni pagabili con i buoni, mentre, il Jobs Act conclude il processo di snaturalizzazione del voucher eliminando la dicitura “prestazione occasionale” e innalzando, da 5.000 a 7.000, il tetto massimo del compenso in un anno civile a cui un lavoratore può accedere. Ciò che è dunque accaduto è un’inversione di marcia sulla retta via che il legislatore sembrava aver intrapreso quando ha provato a porre una soluzione tampone all’emersione del lavoro nero che, alla luce della diffusione esponenziale dei buoni-lavoro, sembra ancora attanagliare il nostro paese. La natura occasionale e accessoria è tipica di specifiche figure lavorative molto diffuse che non possedendo particolari tutele o regolamentazioni incrementano il lavoro nero, favorendo l’elusione e l’evasione fiscale.

Il sistema dei voucher, nella sua prima individuazione, aveva la possibilità di bloccare l’estensione e l’accrescimento di una forma di pagamento non rintracciabile e dannosa per il mondo del mercato e del lavoro, ma il suo totale riordino, eliminando del tutto le sue caratteristiche preminenti, non solo lo priva della funzione per cui è stato ipotizzato fallendo nel tentativo di arginare un problema così grande, ma rende precario, più di quanto non sia già, il lavoro. Venendo meno i requisiti speciali del buono-lavoro che gli permettevano di essere utilizzato soltanto da alcuni committenti, verso solo determinate categorie di lavoratori, e per specifici lavori, la sua applicazione è aumentata eccessivamente, non conoscendo più alcun freno se non il limite massimo di 7.000 euro a cui ogni lavoratore è sottoposto.

Il mondo del lavoro ha così inghiottito e assorbito totalmente la novità dei buoni-lavoro, plasmandoli a suo uso e necessità, impiegandoli per chiunque e per qualsiasi tipo di prestazione. I beneficiari dei buoni in questo modo si sono ritrovati non a svolgere attività saltuarie, ma ad essere sottoposti a veri e propri lavori subalterni, con orari e giorni prestabiliti, e con una paga non proporzionale al tipo di lavoro contratto. La risposta politica ad un problema economico e sociale quale è il lavoro nero fallisce clamorosamente, innanzitutto attraverso i passi percorsi all’indietro con le modifiche agli elementi costitutivi dei voucher, ma soprattutto per il modo con cui il mondo del lavoro ha reagito all’introduzione di tale strumento: assorbendolo completamente. Ciò rende solo più evidente quanto il mondo del lavoro fosse ed è in crisi con un sempre più diffuso lavoro nero e con quella che sembra una legalizzazione di un rapporto lavorativo totalmente offensivo nei confronti di chi lavora come se fosse legato ad un contratto, per poi essere retribuito come se non lo fosse.

Il disagio sociale, avvertito da tutti quelli che si avvicinano o che sono già entrati nel mondo del lavoro, si manifesta ogni volta che la politica fallisce nella risoluzione di questioni lavorative, dimenticando quanto la sfera sociale e quella lavorativa ed economica di un cittadino possano influenzarsi a vicenda.

Antonella Tanya Maiorino