Xenoblade Chronicles X

16 dicembre 2016 di

It’s this planet. It’s something about this planet…

Xenoblade Chronicles X è un gioco particolare, ingenuo su alcuni fronti quanto mastodontico e meticoloso fino all’estremo su altri, vettore di errori da matita blu (spesso – ahimé – connaturati al genere videoludico stesso a cui appartiene) mescolati ad un numero impressionante di elementi amalgamati alla perfezione. Volendo usare un’espressione classica e abusata, è un gioco che si ama o si odia, non può esistere una via di mezzo.

Proverò a mettere ordine in questa polverosa introduzione, in quella che non vuole assolutamente essere una recensione del gioco, quanto più che altro il resoconto di un’esperienza con esso.

Xenoblade Chronicles X si presenta come il JRPG (acronimo di Japanese Role Play Game) sviluppato in esclusiva per la sfortunata Wii U di Nintendo da Monolith Soft, più precisamente come una sorta di esperimento di questi sviluppatori nel campo dei giochi di ruolo open world, dando una visione giapponese a questo genere. Leviamoci subito questo dente, la loro visione, a livello strutturale, può addirittura essere definita disastrosa, in quanto i capitoli della storyline principale in tutto sono 12, ma non sono affrontabili come una normale campagna: ogni nuovo atto, neanche tanto corposo, presenta, infatti, dei “paletti” o condizioni che bisogna soddisfare, come ad esempio il completamento di ben precise missioni secondarie o il raggiungimento di una certa percentuale di esplorazione dell’immensa, e sottolineo immensa, mappa di gioco. Il problema risiede nel fatto che le missioni secondarie sono nella maggior parte dei casi delle fetch quest, ovvero missioni di ricerca di determinati materiali, da completare senza sapere mai nulla riguardo la possibile ubicazione degli obiettivi. In soldoni, ci si ritrova sempre a vagare a caso per il mondo di gioco pregando di trovare casualmente l’oggetto tanto desiderato. E non si pensi nemmeno per un attimo che per l’esplorazione il sistema funzioni meglio, dato che questa non è graduale, ma richiede il compimento di mini-incarichi, che vanno dal piazzare delle sonde nel terreno all’eliminazione di determinati nemici piuttosto ostici. Sostanzialmente è l’insieme di tutte le caratteristiche negative dei JRPG (l’invasività e la ripetitività di missioni secondarie), ma elevate al massimo in un singolo titolo.

Questo mezzo disastro è compensato da un combat system impegnativo, con vari elementi da tenere costantemente sotto controllo (in primis i punti tensione, che attivano tutte le abilità più poderose del nostro alter ego) ma mai troppo frustranti, da una personalizzazione a dir poco maniacale (si parla di centinaia e centinaia di armi, armature, tecniche e bonus passivi da scoprire, ognuno potenziabile singolarmente) e da un sistema di classi che permette un’evoluzione del personaggio da studiare minuziosamente ad ogni passo. Tutto ciò circondato da un’art direction a dir poco maestosa, a mio parere la vera ragion d’essere del prodotto.

Ed è qui che entra in ballo la trama.

Nel 2054 la Terra si trova coinvolta in una guerra tra due razze aliene non meglio precisate. Temendo per la propria sopravvivenza, la razza umana decide di costruire delle enormi navi spaziali contenenti intere città, al fine di salvare più persone possibili e sondare l’universo alla ricerca di un altro pianeta abitabile. Il piano riesce, ma una delle navi,vittima di una beffa del destino, viene attaccata ancora una volta da una delle razze aliene. Danneggiata, atterra su un pianeta vicino, attratta dalla sua orbita, Mira.

Mira è il vero protagonista di questo gioco: i suoi continenti, le specie autoctone che lo popolano, i suoi misteri, le sue caverne, i suoi picchi, i suoi mari rubano interamente la scena alla guerra tra gli umani e la razza aliena dei Ganglion. Non c’è un luogo che non sia stato costruito mirabilmente dagli artisti del team di sviluppo, tutto riesce a dare un senso di meraviglia, arrivando a farci sentire delle minuscole formiche in un mondo sconosciuto e pericoloso. Già le pianure di Primordia, il primo continente, sono un inizio magistrale, ma poi arrivano i boschi nebbiosi di Noctilum, le misteriose distese desertiche di Oblivia, le innevate lande si Sylvalum, le tempeste di fuoco di Cauldros. Se il gioco, come io sono ciecamente convinto, puntava a far immergere in una strana atmosfera di costante scoperta timorosa per ciò che si potrà trovare al di là di quella montagna o oltre quel ponte, allora Xenoblade Chronicles X è senz’ombra di dubbio, con tutti i suoi enormi difetti, una delle opere più riuscite dell’intero medium videoludico.

Luciano Ben Moscariello

Articoli Simili

Condividi